Stili di vita privilegiati nell棚talia settentrionale del XVII secolo

 

Trasformazioni, funzioni e protagonisti dello spazio domestico nelle famiglie agiate di una città senza corte: il caso bresciano nel Seicento*.

 

Protagonistas, functiones y transformationes del espacio doméstico en las familias acomodadas de una ciudad sin corte: el caso bresciano en el siglo XVII

 

Rooms display and functions in the house of well to do families in Brescia during the Seventeenth century

 

Barbara Bettoni

Universidad de Brescia

 

 

Resumen: El estudio describe, mediante el análisis de las transformaciones acaecidas en el espacio doméstico y de los flujos de personas y cosas que atañeron a la «casa», en su rol crucial de creación y transmisión de cultura, las mutaciones que afectaron a lo largo del siglo XVII a los estilos de vida en las familias acomodadas de Brescia. La investigación llevó a identificar la consolidación de varios modelos de articulación de las mansiones, a los que corresponden varios grados de especialización funcional de los interiores y en los que se reflejan las varias posiciones sociales alcanzadas por las familias.

 

 

Palabras clave: Espacio domestico, Estilos de vida, Italia moderna, Inventarios de bienes muebles, Familias acomodadas de Brescia

 

 

 

 

Abstract: The paper describes the changes that affected the life-style of well to do families in Brescia, during the XVII century, by means of the analysis of the interaction between people and objects inside the domestic space. The research illustrates the presence of various patterns of the domestic architecture and particularly of the rooms display and functions. The variety of models reflects the different social positions reached by aristocracy, on one hand, and, on the other hand, by merchants and artisans.

 

 

Keywords: Domestic interiors, Life style, Early modern Italy, Inventories of movables, Well to do families in Brescia

 

 

 

 

 

Trasformazioni, funzioni e protagonisti dello spazio domestico nelle famiglie agiate di una città senza corte: il caso bresciano nel Seicento

 

Il contributo descrive, attraverso l’analisi delle trasformazioni intervenute nello spazio domestico e dei flussi di persone e di cose che hanno coinvolto la «casa» nel suo ruolo cruciale di creazione e di trasmissione della cultura, i mutamenti che hanno interessato, lungo il Seicento, gli stili di vita nelle famiglie agiate a Brescia, città della Terraferma veneziana di impianto romano e caratterizzata da una accentuata stratificazione del paesaggio costruito. Dopo un breve riferimento allo stato dell’arte, passerò a descrivere il caso di studio: il contesto bresciano del Seicento, le fonti e la metodologia adottata nel corso della ricerca. In seguito, da una prospettiva esterna, presenterò lo spazio domestico in rapporto alla sua integrazione rispetto allo spazio pubblico. Passando, quindi, a una prospettiva interna, illustrerò l’articolazione della dimora, in rapporto sia al livello di specializzazione funzionale raggiunto dagli ambienti sia alle persone che erano solite dimorarvi. Orienterò infine il focus verso le «cose»: al posto loro attribuito all’interno dello spazio domestico e alla loro funzione in rapporto alla casa e alla persona.

 

 

            Lo stato dell’arte, le fonti e la metodologia per lo studio del caso bresciano

 

Nel corso degli ultimi decenni si è assistito a un crescente interesse da parte degli storici provenienti da diverse aree disciplinari per lo studio della cultura materiale, degli stili di vita e dei comportamenti di consumo nell’Italia dell’Età moderna[1]. Proponendo l’approfondimento del tema in relazione ai centri urbani sede del maggior fermento culturale e politico, i contributi degli storici dell’arte, dell’architettura e del costume, avendo in prevalenza come oggetto l’analisi di manufatti di pregio e di opere d’eccellenza, hanno riguardato soprattutto le famiglie di estrazione sociale elevata con un più marcato riferimento al periodo rinascimentale[2]. Gli orientamenti più recenti delle ricerche prodotte da questi studiosi, coinvolgendo in prospettiva interdisciplinare anche gli storici economici e sociali, hanno in particolare avuto il merito di rivalutare lo spazio domestico, nella sua valenza di casa, come teatro di relazioni complesse che legano le persone alle cose e come luogo vitale di produzione e di consumo[3]. La scelta della casa da parte di un lignaggio (e non più di un clan) è stata parallelamente analizzata come componente essenziale, in Età moderna, dello stile di vita delle famiglie di estrazione sociale elevata[4].

 

La letteratura disponibile su questi temi, prevalentemente fondata su un ventaglio di fonti archivistiche comprensivo di inventari di beni mobili, testamenti, libri di famiglia, registri di conti, epistolari, oggetti veri e propri, trattati di architettura e di buon governo della casa, si è quindi configurata come uno stimolo, per studiosi provenienti da diverse aree disciplinari, a estendere questo tipo di indagine all’analisi di quanto accaduto in centri urbani minori o non ancora sondati, anche nel lungo periodo, e, ove possibile, in prospettiva comparativa rispetto a famiglie di estrazione sociale differente[5].

 

La ricerca che presento è stata motivata dalla volontà di approfondire come le famiglie agiate di questa città di medie dimensioni -sostanzialmente priva di un ambiente di corte, soggetta dal 1427 alla dominazione veneziana ma posta al confine con altri Stati dell’Italia settentrionale- abbiano plasmato il proprio stile di vita e siano giunte a una più moderna organizzazione dello spazio domestico nell’intento di stringere prestigiose alleanze e di mantenere alto il livello del proprio lignaggio. Il Seicento è un secolo di passaggio in cui, come ha sottolineato Ferraro, la scelta della residenza per i diversi rami della famiglie altolocate bresciane non dipende più in prevalenza da “esigenze di clan” o da “qualche configurazione politica”, ma si manifesta piuttosto come “un riflesso di valori sociali in auge nella classe dominante”. La casa in cui si vive stabilmente, assumendo un marcato ruolo di rappresentanza, deve soprattutto manifestare l’onore, il decoro, il livello di nobiltà e di cittadinanza raggiunto[6]. Lo studio ha quindi l’obiettivo di descrivere come vengono assorbite e interpretate a livello locale -nel clima di relativa libertà creato dalla Serenissima, interessata a mantenere la fedeltà dei signori proprietari delle terre di confine di questa vasta provincia ricca di risorse- le nuove abitudini di consumo nate nell’ambito di un rinnovato contesto politico e sociale che, sin dalla fine del XV secolo, conduce le città a configurarsi come centri del potere politico ed economico[7].

 

I dati cui si fa riferimento sono relativi a tre famiglie dell’aristocrazia bresciana più in vista: i Gambara e i Martinengo da Barco, che ottengono anche il patriziato veneziano, e gli Averoldi, emblema di un’aristocrazia rurale ben radicata a livello locale. L’analisi è stata inoltre estesa in chiave comparata grazie a una serie di informazioni relative a un campione di famiglie di estrazione sociale medio-alta. Si tratta, in particolare, di dati relativi alle dimore di mercanti e bottegai agiati, protagonisti dei nuovi spazi urbani, destinati al commercio, che si creano nella città nel corso del primo secolo e mezzo di dominazione veneziana. La ricostruzione si è avvalsa di un ventaglio di fonti costituito principalmente da inventari di beni mobili (inventari «post-mortem», inventari dotali, liste di beni mobili redatte per l’aggiornamento di particolari categorie di beni) e di polizze d’estimo (dichiarazioni dei redditi compilate direttamente dai contribuenti, nelle quali sono inserite informazioni dettagliate sia intorno alla composizione dei nuclei famigliari, sia intorno alla struttura degli edifici, alla loro ubicazione nello spazio urbano, alla possibilità di accesso alle acque)[8]. La documentazione è stata rinvenuta all’interno degli archivi privati delle famiglie o di enti di carità e di accoglienza (luoghi pii, ospedali, congreghe)[9]. La ricerca è stata inoltre integrata con una serie di informazioni provenienti dalla trattatistica sul buon governo della casa, da libri della servitù, registri di spese, epistolari e dalle prime guide alle cose notevoli della città, ossia prototipi di guide turistiche, risalenti alla metà del Seicento e ai primi anni del Settecento[10].

 

Nell’analisi si è privilegiato l’ambiente urbano rispetto a quello delle dimore fuori città, che, proprio dal Seicento, vengono gradualmente abbandonate dall’aristocrazia locale nella loro funzione di sedi principali dei casati[11].

 

 

            La scelta della dimora nello spazio urbano

 

L’annessione di Brescia a Venezia aveva avuto nel corso dei primi decenni della dominazione ripercussioni anche sull’organizzazione e l’architettura dello spazio urbano. La città interna alla cerchia delle nuove mura venete, come ricorda Da Lezze al principio del Seicento, risultava dal punto di vista amministrativo suddivisa in quadre: la Cittadella Vecchia (più interna, di impianto romano); la Cittadella Nuova (di matrice medievale); l’insieme delle sei quadre di San Giovanni, che si estendevano lungo il lato sud occidentale della città; quello delle otto quadre di San Faustino, che, sviluppandosi lungo il lato nord occidentale, comprendevano anche Mompiano; infine, le due quadre di Sant’Alessandro lungo il margine sud orientale delle mura. In prossimità delle quadre di San Giovanni, al confine delle quadre di San Faustino, erano sorte piazza della Loggia, simbolo delle autorità veneziane in città, e il nuovo centro commerciale urbano costituito da piazza del Mercato e da una serie di vie, a quest’ultima adiacenti, in cui era sorto un complesso dalla duplice funzione commerciale e residenziale insieme. All’esterno della cinta muraria si trovavano invece le Chiusure, una fascia circolare di terreno prevalentemente coltivata a orti e vigneti, all’interno della quale incominciavano a sorgere alcuni edifici adibiti a funzione residenziale[12].

 

All’interno di questo panorama la Cittadella Vecchia si era configurata a lungo come roccaforte di un gruppo di famiglie di origine aristocratica fortemente unito da interessi comuni. Similmente, nella settima e seconda quadra di San Faustino, tra Medioevo ed Età moderna, ampi gruppi di famiglie appartenenti al medesimo casato avevano avuto la tendenza a riunirsi[13]. Nel corso del XVII secolo l’esigenza di adeguare gli stabili ai canoni di norme architettoniche più aggiornate (maggiormente inclini a favorire la creazione di spazi più confortevoli e orientati alla funzione di meglio rappresentare i singoli lignaggi) aveva spinto alcune famiglie di origine aristocratica a scegliere, come luogo sul quale edificare la propria residenza principale, anche quadre di impianto più moderno. In queste aree risultava più facile costruire «ex novo», sviluppando anche in senso orizzontale le dimore, essendo maggiore la disponibilità di spazi verdi non ancora costruiti[14]. Nelle Cittadella Vecchia e in quella Nuova, la strategia più frequentemente adottata dalle famiglie che desideravano adeguare a un nuovo uso ambienti preesistenti consisteva nel ricorso a opere di ristrutturazione interna e di riadattamento a nuove funzioni: gli interventi di frazionamento, ornamentazione e arredo assumevano un ruolo molto importante di trasformazione dell’assetto originario. Nell’antica roccaforte delle dimore aristocratiche della città non erano tuttavia mancati i tentativi ambiziosi di alcune famiglie di ricorrere a un’espansione delle dimensioni originali delle proprie residenze attraverso l’acquisizione e l’inglobamento di edifici limitrofi[15].

 

Gli esponenti della famiglia Gambara, che avevano ottenuto il patriziato veneziano, eleggono come propria residenza cittadina il palazzo (già di proprietà Maggi e acquisito da Giulia Maggi Gambara nella seconda metà del Cinquecento) costruito sulle rovine dell’antico teatro romano (fig. 1). Il palazzo presenta una struttura fortemente articolata, costretta all’interno del perimetro segnato dalla cavea del teatro. La costruzione, tuttavia, non si distingue per dimensioni particolarmente imponenti rispetto al paesaggio costruito circostante in cui si inserisce in modo equilibrato. Gli esponenti della famiglia Gambara sono soliti dimorare anche in altre città italiane più sensibili all’influenza degli ambienti di corte o ecclesiastici, continuando a tessere relazioni internazionali di prestigio. Consapevoli del proprio ruolo guida nell’importare a Brescia un gusto legato a stili di vita e mode apprese in altri e maggiori centri urbani, i Gambara, che nel frattempo provvedono ad arredare e organizzare in modo sontuoso la propria dimora, avvertono nel corso del Seicento il bisogno di tradurre anche all’esterno della residenza la propria immagine e il proprio prestigio. Questo desiderio di affermazione della famiglia traspare anche dalla lettura dei disegni di un ambizioso progetto, probabilmente commissionato nei primi decenni del Seicento e a quanto pare non portato a compimento, di inglobare il palazzo originario in una piccola corte articolata a “U”[16]. La configurazione risulta nei disegni ancora più vistosa in quanto enfatizzata dalla presenza di effetti prospettici creati dalle zone destinate ad aree verdi e da un belvedere da edificare su uno dei terrazzamenti del colle del castello, cui si accede attraverso una sorta di camminamento a loggia direttamente dalle stanze del corpo principale dell’edificio[17].


Figura 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Archivio Fotografico, Musei Civici di Arte e Storia di Brescia. Il palazzo Maggi-Gambara, facciata meridionale, nella sua configurazione attuale, Brescia.

 

Nel corso del XVII secolo anche i Martinengo da Barco, pur mantenendo il legame con la residenza di campagna nell’originario feudo di Barco, stabiliscono le residenze maggiormente rappresentativa del lignaggi a Venezia, in prossimità del Canal Grande, e a Brescia, nella seconda quadra di Sant’Alessandro, a sud della Cittadella Vecchia, in prossimità della chiesa di Sant’Afra (fig. 2). Il palazzo bresciano, il cui nucleo originario risale al Trecento e in parte del quale, nella seconda metà del Cinquecento, risultano abitare almeno due nuclei famigliari dei da Barco, presentava una buona estensione dei corpi (anche in senso orizzontale) in un’area che consente, per la sua apertura, sia l’edificazione di giardini e locali destinati a stalla e rimesse sia un facile accesso alle acque per la predisposizione di fontane[18]. Il progressivo inglobamento di corpi di case adiacenti e i lavori di ristrutturazione, e conseguente ampliamento dello stabile, culminano negli ultimi decenni del Seicento. La letteratura attribuisce proprio al conte Francesco Leopardo, che vive in quegli anni nella residenza cittadina, il disegno della nuova forma che la costruzione, espressione materiale del prestigio raggiunto dal ramo da Barco della famiglia, avrebbe assunto. La facciata esposta a sud viene nel frattempo arricchita di un maestoso portale con statue allegoriche di Marte e Pallade, che fa da collegamento tra i due corpi laterali dell’edificio, uguali e simmetrici, destinati ad abitazione[19].

 

Figura 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte:  Archivio Fotografico, Musei Civici di Arte e Storia di Brescia. Veduta di uno dei cortili interni del Palazzo Martinengo da Barco, attuale sede della Civica Pinacoteca, Brescia.

Nella seconda metà del Cinquecento, su un’area libera di poco interna alle mura nuove veneziane, in una delle quadre di San Giovanni, nei pressi di contrada Santa Croce, alcuni esponenti del ramo di Giovanni Paolo Averoldi, che già si erano trasferiti in questa località dalle case di contrada della Monzia, danno invece avvio ai lavori di edificazione di un palazzo ampio e articolato (fig. 3). Eletto a residenza cittadina del lignaggio già nella seconda metà del Cinquecento, il palazzo, dal Seicento, diviene una sorta di cantiere permanente in cui si alternano ristrutturazioni e lavori di ampliamento dei vari corpi con l’obiettivo di venire incontro a esigenze di condivisione degli ambienti da parte di più persone, appartenenti sia all’originario nucleo famigliare sia ai rami di famiglie acquisite per via matrimoniale. Nel tempo gli originali ampi e numerosi ambienti di rappresentanza vengono progressivamente ridotti nelle dimensioni e frazionati al fine di garantire la presenza di più locali nel palazzo, funzionali a preservare una maggiore intimità e a delineare un confine tra gli appartamenti di destinatari diversi[20].

 

Figura 3

Fonte: Archivio Fotografico, Musei Civici di Arte e Storia di Brescia. Veduta di uno dei cortili interni di Palazzo Averoldi, Brescia.

 

 

Lo sviluppo dello spazio privato e i confini con lo spazio pubblico

 

Nel suo trattato Della Economica il gentiluomo bresciano Giacomo Lanteri, nella seconda metà del Cinquecento, raccomanda, al fine di “servare il decoro” delle famiglie, di costruire case “diversamente fabricate” a seconda del livello raggiunto nella scala sociale dalle stesse. Lanteri in proposito individua quattro livelli di nobiltà: “nobili annoverati di sangue che possiedono stati privati”; “nobili senza stato, ma per merito e virtù onorati o per successione titolati”; “nati nobilmente che possiedono solo le proprie facoltà e cittadinanza”; “nati da ignobili e esercenti la mercanzia o altro esercizio non meccanico per cagione di guadagno”. La dimensione della casa, come la sua articolazione e ornamentazione, devono essere consone allo status sociale. Solo in questo modo viene preservata anche la “comodità” della dimora, la cui essenza sta soprattutto nell’essere proporzionata nelle dimensioni e nell’organizzazione degli ambienti allo stile di vita e ai bisogni della famiglia[21].

 

Lo studio condotto sugli inventari e le polizze d’estimo ha consentito di osservare diverse declinazioni (in rapporto alla struttura degli edifici e all’articolazione dei loro corpi nel paesaggio urbano) dell’ideale di “comodità” e “proporzione” di cui si trova traccia nella trattatistica sull’economica di Lanteri. La terminologia impiegata nelle polizze d’estimo seicentesche per descrivere gli edifici che accolgono lo spazio privato destinato ad abitazione è più frequentemente, per le famiglie di estrazione aristocratica, quella di “palazzo”, a indicare dimore dell’aristocrazia “grandi” e “belle” e nelle quali probabilmente si riscontra l’adeguamento ai nuovi canoni imposti dalle tendenze architettoniche in voga. Compare spesso, anche per l’aristocrazia, soprattutto a indicare edifici ubicati al di fuori dello spazio urbano, il temine “casamento”. Si tratta in tal caso di stabili che comprendono più “corpi”. Non è raro l’uso del termine “casa”. Questo, e anche nella variante “casa con bottega”, è frequentemente impiegato al fine di indicare, soprattutto per il bottegaio e l’artigiano agiato, il luogo eletto a dimora. Il termine “casa” pare inoltre essere più generalmente impiegato a indicare dimore composte da un solo “corpo”, anche se distribuite su più livelli. La “casa” può essere ricavata all’interno di “casamenti”. Quando usato nel caso dell’aristocrazia, il termine “casa” può addirittura coincidere con una struttura a “palazzo” nel suo complesso. Lo spazio adibito a dimora di un nucleo famigliare ristretto viene in questi casi anche descritto con i termini “parte” o “porzione” di “casamento/rocca/castello”. Il fatto che l’edificio venga eletto a residenza viene spesso indicato dalle diciture “per mio uso” o “per uso mio e della mia famiglia” [22].

 

Ripercorrendo le caratteristiche strutturali degli stabili e il loro rapporto, più o meno mediato, con lo spazio pubblico circostante è stato inoltre possibile individuare almeno tre tipi di itinerari in cui sviluppo orizzontale dell’edificio o tendenza alla verticalità della costruzione si miscelano diversamente[23]. La città è priva di un ambiente di corte. Non c’è il palazzo di un principe a dominare le dimore dell’aristocrazia. I palazzi degli aristocratici, pur risultando abbastanza omogenei quanto a dimensioni, continuano a presentare nel corso del Seicento una certa spontaneità nell’articolazione dei corpi e degli ordini, che, spesso, data l’accentuata stratificazione che il paesaggio costruito reca con sé in alcune quadre della città, possono essere frutto di recupero e di adattamenti di edifici preesistenti. Le dimore dell’aristocrazia presentano una spiccata articolazione, non sempre tendono a uniformarsi a un medesimo modello architettonico, analogo a quello tripartito fiorentino[24], benché si sia notata la tendenza alla predisposizione di un unico ingresso principale e di un cortile d’onore interno[25]. L’orientamento verso una spiccata articolazione è inoltre il risultato dello sviluppo della residenza in più corpi, della distribuzione degli appartamenti destinati ai singoli nuclei famigliari su più livelli e del mediato passaggio (e conseguente controllato sviluppo in senso verticale dell’abitazione) ai piani superiori della casa, dovuto alla presenza di più locali per ogni piano della residenza. In questo caso l’itinerario domestico si arricchisce della presenza di aree della casa coperte o semicoperte (logge e cortili) e di spazi destinati a giardino. La forte articolazione, la presenza dei cortili e di aree verdi e la posizione relativamente distante dalle vie in cui la vita commerciale è più attiva creano una mediazione tra spazio privato e spazio pubblico cui si accede con gradualità[26]. Si consolida inoltre la tendenza a ornare le facciate con stemmi e apparati decorativi in funzione di una maggiore personalizzazione ed esigenza di esprimere pubblicamente la posizione sociale raggiunta dal lignaggio[27].

 

Nelle residenze urbane dei mercanti facoltosi è chiara la ripresa del modello veneziano dei palazzi. Essa è evidente nella predisposizione di locali del tipo “fondaco” e “magazzino” a pian terreno, nell’impianto decorativo delle facciate, all’interno delle quali possono comparire finestre con richiami alla struttura a «serliana»[28] (fig. 4), infine, nelle dimensioni più contenute degli stabili che vengono edificati in luoghi più densamente popolati. L’articolazione interna dei corpi è buona e consente, da un lato, un controllato sviluppo dell’edificio sia in senso orizzontale sia in senso verticale e, dall’altro lato, la definizione di un confine marcato, seppur graduale e mediato, tra spazio pubblico e spazio privato[29].

 

 

Figura 4

 

 

F

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

oFonte: Archivio Fotografico, Musei Civici di Arte e Storia di Brescia. Esempio di residenza mercantile con evidenti richiami all’architettura veneziana in via Porcellaga, Brescia.

 

Le abitazioni di bottegai e artigiani generalmente rispondono a un modulo costante con tendenza alla verticalità, maggiormente accentuata nelle aree più densamente popolate. Il modulo solitamente comprende una bottega con magazzino a pian terreno e due stanze private al livello o ai livelli superiori. Negli itinerari fortemente verticalizzati le strutture culminano in solai e bertesche. La maggiore vicinanza delle residenze ai luoghi del lavoro, soprattutto negli itinerari brevi con minore disponibilità di stanze per ogni livello, non sempre fa sì, in questi casi, che il confine tra i luoghi destinati alle professione e gli spazi per la conduzione della vita famigliare siano nettamente distinti. L’analisi degli inventari e delle polizze ha portato a osservare come spesso i moduli a funzione mista, in cui spazio pubblico e spazio privato si incontrano, non ostacolino tuttavia una gestione accurata dell’interno domestico[30]. Le guide turistiche alla città nella metà del Seicento mettono inoltre in evidenza come spesso anche le facciate degli edifici che popolavano le vie commerciali presentino decorazioni e pareti affrescate[31].

 

 

            Il rapporto con le altre dimore in campagna o in centri urbani diversi.

 

Il rapporto con le altre dimore, aventi sede presso centri urbani maggiori o in campagna, riguarda soprattutto le famiglie di estrazione aristocratica. Nel Seicento le case e i palazzi dell’aristocrazia edificati fuori dallo spazio urbano incominciano ad assumere una funzione secondaria, di dimore da vivere soprattutto nel periodo estivo, mentre il palazzo costruito in città è quello in cui la famiglia tende a identificarsi in modo più incisivo. Le dimore di campagna, a loro volta caratterizzate da una struttura accentuatamente articolata, mantengono, tuttavia, soprattutto per le famiglie che possiedono castelli in terre di confine, un forte ruolo affettivo perché sono quelle che rappresentano il feudo in cui originariamente la famiglia si è radicata[32].

 

I tempi di soggiorno nella dimora urbana vengono inoltre regolati in base agli obblighi di residenza in altre città determinati da relazioni di potere e incarichi politici assunti in centri urbani maggiori. I Gambara e i Martinengo da Barco, ottenuto il patriziato veneziano, hanno l’obbligo di trascorrere parte dell’anno presso le “case” di famiglia edificate in prossimità del Canal Grande[33]. Il soggiorno presso altre dimore può inoltre essere determinato anche da ragioni di studio, come nel caso di Francesco Gambara, che consegue il dottorato in «utroque iure» a Bologna, da relazioni matrimoniali e da viaggi giustificati anche da incarichi di natura diplomatica o ecclesiastica. Si pensi nuovamente al caso di Francesco Gambara che, tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento, abitava a Roma in un ricco appartamento come referendario della Santa Sede[34]. Il vivere anche solo per una parte dell’anno in un centro urbano maggiore o in città più vicine all’ambiente di corte si configurava come un’esperienza importante anche dal punto di vista dell’apprendimento di gusti, mode, abitudini di consumo diverse[35].

 

 

            L’articolazione interna dello spazio domestico

 

Gli elementi che caratterizzano la magnificenza e il decoro della dimora non sono dati solamente dalle caratteristiche architettoniche dell’edificio, ma anche dall’articolata suddivisione degli interni che, a sua volta, deve uniformarsi all’ideale di “proporzione” che rende la casa “comoda”, nel senso di “adeguata” e “proporzionata” al grado della famiglia[36].

 

Lo studio delle polizze d’estimo, nelle quali compaiono note circa la distribuzione dell’abitazione su più livelli nonché intorno alla destinazione d’uso di cortili e locali ubicati al pian terreno, e degli inventari di beni mobili, in cui gli oggetti vengono descritti in base alla loro collocazione nei diversi ambienti della casa, ha portato a individuare una sorta di classificazione funzionale dei principali locali in cui le dimore dell’aristocrazia e delle famiglie agiate bresciane tendono, nel corso del Seicento, ad articolarsi.

 

Si tratta in primo luogo di una serie di locali di servizio che includono ambienti del tipo “porcile”, “stalla”, “rimessa per carrozze”, collocati in aree più esterne rispetto alla parte della casa in cui si svolge la vita privata della famiglia e, solitamente, a livello della strada[37]. Appartengono alla medesima classe le cantine, collocate a pian terreno o nel seminterrato, solitamente indicate nelle fonti con il termine “caneva”, e nella variante dalle dimensioni inferiori, e spesso con funzione accessoria alla prima, di “canevino”; le dispense e i “dispensini”, locali, destinati, a seconda dei casi, a funzione di ripostiglio per masserizie e utensili o alla conservazione di alimenti, ricavati in prossimità delle “cucine terranee” o, più raramente, di altre cucine ricavate ai piani superiori della casa, ma poste a debita distanza dagli ambienti destinati alla rappresentanza; le “farinere”, in cui si impasta il pane e si conservano i sacchi di farina[38].

 

È stato inoltre possibile individuare una serie di stanze con funzione di rappresentanza. Queste sono generalmente introdotte nella documentazione dai termini “sala”, più frequentemente adottato negli inventari delle famiglie di estrazione aristocratica, e solitamente declinato anche in riferimento alle dimensioni dell’ambiente nelle varianti di “sala grande” e “saletta” o “salotto”[39]. Più frequente nelle famiglie di estrazione medio/alta, ma presente in alcuni casi anche per le famiglie aristocratiche, è il riferimento alla “caminata”, nella dizione frequente anche in area genovese, spesso indicata come principale ambiente di rappresentanza fornito di grande camino[40]. L’ambiente “sala” e quello “caminata” come locali di rappresentanza principali, predisposti al primo piano e in alcuni casi, quando con destinazione estiva, anche al piano terreno, assumono nella dimora aristocratica un ruolo di rappresentanza simile a quello esercitato dal “portego” veneziano, collocato al piano d’onore, e ospitano tappezzerie e le “armi” della famiglia[41]. La “caminata” e la “caminatella”, talvolta, possono avere anche funzione simile a quella di una sala da pranzo usata non solo per le grandi occasioni, ma finalizzata al quotidiano consumo dei pasti e allo svolgimento di attività che coinvolgono alcuni membri della famiglia durante il giorno[42]. La “caminata sopra la bottega” può inoltre essere arredata, e probabilmente anche impiegata, come camera in cui riposare[43].

 

Nella casa di coloro che svolgono attività commerciali e artigianali, inoltre, sono spesso presenti locali con funzione di magazzino (“fondaco”) e di laboratorio o di esercizio aperto al pubblico indicato dal termine “bottega”, cui corrisponde un ambiente collocato al pian terreno di edifici la cui struttura, quando fortemente verticalizzata, culmina in bertesche[44].

 

Un’altra categoria include i luoghi riservati allo studio, al riposo e alle attività private. Si tratta di ambienti generalmente introdotti dal termine “stanza” o “camera” e “anticamera”, quest’ultima, quando presente, nella sua funzione mista di filtrare e intrattenere gli ospiti. Compaiono inoltre le diciture “studio” a indicare la presenza di stanze dedicate alla scrittura, alla lettura e alla conservazione di oggetti preziosi e particolari. L’adozione dell’ordinata successione in “appartamento” delle stanze riservate, da un lato, all’uso del padrone di casa e, dall’altro, a quello della padrona, avviene più precocemente in famiglie come quella dei Gambara, in cui la declinazione del modello viene enfatizzata dalla ricerca di particolari simmetrie funzionali e nell’arredo, che mirano a mettere in evidenza, e sullo stesso piano, il rango sociale e il grado d’onore che caratterizzano entrambe le famiglie di origine degli sposi, celebrandone la magnificenza[45]. La stanza detta “guardaroba/salvaroba” e i “camerini” assumono funzione di locali di servizio particolari, accessori rispetto ad ambienti della casa ricavati in aree riservate al riposo, in cui vengono riposte tele, tappezzerie, abbigliamento per la persona, tessuti e biancheria d’arredo e per la casa[46]. In alcune fonti compare anche il termine “tinello”. Questo ambiente potrebbe essere classificato come un locale riservato in prevalenza alle attività diurne e orientato al consumo dei pasti e, soprattutto, quando destinato ai soli membri della famiglia, come un ambiente più di servizio che di rappresentanza. In alcuni casi, però, il “tinello” viene impiegato anche come stanza di disbrigo o camera da letto, talvolta, di fortuna[47].

 

È stato inoltre possibile individuare un insieme di ambienti che, in ambito privato e particolarmente nelle dimore dell’aristocrazia, delimitano, già nei primi decenni del Seicento, uno spazio ben definito riservato alla religiosità e alla devozione. Si tratta, nelle forme più evolute, di locali del tipo “chiesa” e “cappella”, che hanno sede soprattutto nelle dimore fuori città nella forma di edifici a se stanti caratterizzati da uno stile particolare[48].

 

Un’ultima categoria di locali include gli ambienti di passaggio, che possono presentarsi anche nella forma priva di copertura: sono i “cortili”, le “logge” e le “loggette”, i quali assumono una funzione importante di raccordo nel momento in cui nelle abitazioni non è ancora stato predisposto il “corridoio”. Le relazioni di prossimità tra un ambiente e l’altro sono spesso messe in evidenza dalla documentazione grazie alla presenza di espressioni del tipo “da basso” o “sopra” rispetto a locali o a luoghi anche scoperti che svolgono una funzione centrale di collegamento tra i corpi degli edifici[49].

 

Lo studio ha portato a rilevare come lungo il Seicento si sia consolidata la tendenza, già matura al principio del secolo per le dimore dell’aristocrazia, verso una netta distinzione tra l’insieme dei locali della casa destinati alle attività diurne (e all’apertura della casa verso l’esterno) e gli spazi domestici caratterizzati da maggiore riservatezza e intimità, i quali, generalmente, individuano la sfera della casa destinata alla notte, al riposo, allo studio solitario. Il processo risulta accompagnato dall’incremento, negli itinerari domestici articolati, nel numero di stanze di piccola dimensione che -sia nella sfera delle attività giornaliere, sia in quella più riservata, dello studio e del riposo- svolgono una funzione accessoria alle principali. Se, quindi, da un lato, accanto agli ambienti di servizio di maggiori dimensioni si sviluppano serie di locali del tipo “dispensino”, destinati alla conservazione di particolari categorie di alimenti e oggetti, dall’altro lato, accanto agli ambienti più riservati, si snodano locali del tipo “camerino” e “salvaroba”. Accanto a stanze di rappresentanza di grandi dimensioni, inoltre, compaiono “salette”, “caminatelle” e “salotti”, che individuano uno spazio contenuto, destinato a evolversi in forme confortevoli, maggiormente funzionali alla conversazione privata e a piacevoli occasioni di convivialità. Negli itinerari domestici meno articolati la soglia di distinzione tra i locali destinati alle attività diurne e le stanze in cui si riposa di notte è spesso rappresentata dall’ambiente “cucina” e dai luoghi di servizio e non sempre dalla “caminata”, che, presentandosi chiaramente come locale della casa diverso da quello della cucina, viene in alcuni casi attrezzata con strutture da letto stabili e non scomponibili[50].

 

 

            La specializzazione funzionale degli interni domestici in rapporto alle persone

 

In alcuni degli inventari più completi, che solitamente si riferiscono alle famiglie di estrazione sociale più elevata, i locali interni alla casa vengono descritti anche in base alla particolare categoria di persone cui sono destinati, quindi, a seconda del grado di specializzazione raggiunto in funzione delle persone. La diversificazione degli spazi interni riservati alla sfera delle attività domestiche e da svolgersi durante il giorno da un lato e, dall’altro, i locali per le attività riservate e il riposo notturno risulta, lungo il secolo, accentuata dalla presenza, in ciascuno dei due insiemi di locali, di ambienti destinati non solamente a specifiche funzioni, ma anche a destinatari ben precisi[51].

 

Il campione di polizze studiato in relazione alle famiglie di estrazione aristocratica si riferisce solitamente a nuclei famigliari ristretti, in cui talvolta si rileva la presenza di uno dei genitori dei coniugi o quella di un fratello dello sposo[52]. Sotto lo stesso tetto possono inoltre dimorare, per brevi periodi, ospiti e fornitori di servizi particolari e, per periodi più lunghi, servitù e personale domestico. Nelle dimore delle famiglie aristocratiche sono, per conseguenza, solitamente previste stanze adibite al riposo sia degli ospiti (“forestieri”), che frequentano occasionalmente la casa, sia della servitù, dei camerieri e del personale domestico assunto per specifiche funzioni, che invece sono destinati a vivere nella casa per diverso tempo[53].

 

La vita da padroni si svolge principalmente nelle stanze «tutte per sé», negli studioli e negli appartamenti, oltre che negli ambienti di rappresentanza. In ogni caso il nucleo famigliare, come si può rilevare dalle polizze d’estimo seicentesche, è completato dalla presenza di un ampio ventaglio di figure di personale domestico. Lo staff dei servitori e del personale domestico adibito a funzioni particolari viene solitamente descritto (per nome, cognome, talvolta luogo di origine, età e mansioni) in coda all’elenco dei membri principali della famiglia e prima della nota in cui si menzionano i cavalli e i mezzi di trasporto di cui la famiglia è dotata. Non è raro, tuttavia, l’uso nelle polizze del ricorso all’espressione più sintetica di “servitù adeguata” o “servitù per il bisogno o per il commodo della casa o del padrone”, che conferma la conformità delle famiglie prese in considerazione ai dettami suggeriti dai trattati sul buon governo della casa[54]: Lanteri, per esempio, anche in relazione alla servitù, raccomanda di mantenere la giusta proporzione tra la varietà delle figure coinvolte nel personale domestico e la posizione sociale raggiunta dalla famiglia[55]. Nelle polizze delle famiglie aristocratiche studiate e nei rispettivi “libri della servitù” e “libri dei salariati”, la diversa composizione e le variazioni dello staff dei servitori e del personale domestico, che abita la casa per periodi più o meno lunghi, rivelano stili di vita, bisogni e abitudini dei padroni molto variegati[56].

 

I Gambara annoverano nei libri dei loro salariati, tra le schiere del proprio personale domestico, anche maestri di liuto e poppieri incaricati di manovrare le barche (probabilmente a Venezia), giardinieri che attendono alla manutenzione delle aree della residenza destinate a giardino, stallieri, staffieri, carrozzieri, parrucchieri, preti, fattori che si occupano dell’amministrazione delle terre, cuochi e addetti alla dispensa e alla tenuta dei vini in cantina. Lo staff dei servitori e del personale domestico, in conformità alla tradizione dei maggiori centri urbani, è spesso coordinato da un “maestro di casa”. Tra le figure femminili sono frequentemente ricordate le balie e le donne impiegate nei lavori di lavanderia[57].

 

La trattatistica sul buon governo della casa raccomanda inoltre di mantenere la giusta distanza tra le stanze frequentate dagli ospiti e quelle in cui invece dimora o si muove la servitù. Le stanze destinate alla servitù devono essere disposte lontane o in luoghi non immediatamente visibili rispetto a quelle dei padroni e degli ospiti di riguardo[58].

 

Nel caso della famiglia Gambara gli ambienti destinati alla servitù pare siano stati con ogni probabilità ricavati nelle costruzioni più basse, che si snodano sul retro del palazzo in prossimità della cavea del teatro, a debita distanza rispetto alle “stanze private”, “tutte per sé”, del conte e della contessa. La servitù e il personale domestico vive gran parte della giornata anche negli ambienti di servizio che costituiscono il luogo principale in cui si svolge la loro attività. Allo svolgimento delle attività domestiche quotidiane sono riservate la cucina e le dispense che gravitano intorno a essa, il locale del forno, le cantine, il locale della lavanderia. Dai locali destinati alla servitù e dagli ambienti di servizio si accede, attraverso una serie di ambienti filtro, alle stanze dei padroni e ai locali di rappresentanza, che si sviluppano nel corpo principale dell’edificio lungo il lato sud occidentale del palazzo[59].

 

           

            Il posto delle cose

 

La specializzazione degli interni in rapporto alle funzioni e alle persone risulta accompagnata e stimolata da un moltiplicarsi delle cose. Lanteri nel suo trattato raccomanda, al fine di mantenere l’onore e il decoro della casa, che ogni cosa venga ben riposta e messa in ordine, facendo notare come anche per gli altri livelli di nobiltà raggiunta, e quindi non solo per il più elevato, l’arredamento e l’ornamentazione della casa siano rilevanti. È importante che, per esempio, la residenza della persona dedita all’attività della mercanzia o dell’uomo di legge, pur mantenendo dimensioni contenute e inferiori rispetto a quelle della nobiltà di sangue, sia “ben ornatella”[60].

 

Sono gli oggetti e il posto loro attribuito nella dimora a definire ulteriormente la funzione di un locale e a rivelare l’uso effettivo cui un interno domestico è destinato. Il processo di raccolta e collocazione delle cose avviene all’interno della casa e quindi in un ambito di maggior libertà in cui la famiglia può dare meglio sfogo al suo bisogno di personalizzare e di rendere particolare un ambiente. Famiglie appartenenti al medesimo rango, quindi, si distinguono per l’acquisto di molti oggetti preziosi, che, pur configurandosi come beni di lusso, hanno funzioni e caratteristiche diverse. Le differenze funzionali ed estetiche nelle composizioni di elaborati complementi d’arredo, presenti in diverse concentrazioni, svelano differenti modalità di scegliere gli oggetti e di combinarli, evidenziando gusti e interessi particolari[61].

 

Una volta che le camere e le stanze da letto, già ben definite dal punto di vista funzionale come locali rientranti nella sfera della casa connessa al riposo e alle attività private, sono divenute ambienti sempre più decorativi, flussi di mobili e di oggetti ricercati, con funzione anche ornamentale, incominciano a investire anche gli altri ambienti della casa. Questa tendenza si riscontra, lungo il secolo, non solo nelle dimore delle famiglie aristocratiche, ma anche nelle case dei mercanti e degli artigiani e bottegai agiati[62]. Il processo di specializzazione che investe anche gli oggetti di uso quotidiano fa sì che, da un lato, nelle dimore dell’aristocrazia si consolidi la tendenza, già in atto nella seconda metà del secolo precedente, alla specializzazione funzionale di ambienti accessori a quelli di servizio principali della casa, e che, dall’altro lato, nelle dimore delle famiglie di ceto medio, incominci a delinearsi un percorso di particolarizzazione analogo degli ambienti rientranti nella sfera dell’abitazione maggiormente vissuta di giorno[63].

 

Gli allestimenti per gli ambienti di rappresentanza, benché suscettibili di ricambio, come nel caso dei tendaggi e di alcuni tipi di paramenti, sviluppano una stretta relazione con la stanza e con la struttura della casa. Essi alla pari delle tappezzerie, in cui l’aderenza alle pareti risulta particolarmente evidente, hanno la funzione di creare un involucro, foderano gli ambienti acquisendo un maggiore carattere di permanenza. Si tratta -come nel caso della famiglia Gambara, nei cui corredi vengono menzionate tappezzerie e arazzi di Fiandra, con l’arma della famiglia, formate da centinaia di teli- di paramenti lussuosi, che, oltre a vestire e arredare la casa, sono portatori di un elevato valore intrinseco e simbolico[64]. Nel corso del Seicento paramenti e forniture, specialmente in cuoio dorato, completano l’arredo in funzione di un maggiore comfort anche nella casa di famiglie che provengono da un’estrazione sociale agiata non necessariamente aristocratica: si pensi all’abitazione del notaio Cosio, nel cui inventario post-mortem del 1707 vengono menzionati una “fornitura di tutta la stanza di corridoro”; una “fornitura di spalera di lana”, una “fornitura di spalera verdi”; diversi “pezzi di coridoro” che hanno la funzione di coprire “tutta la stanza” e una serie di “portiere di corridoro”[65].

 

Il grado di permanenza di un arredo viene messo in evidenza, oltre che dai corredi di mobili che vengono progettati e pensati come facenti parte di un insieme[66], anche dal rapporto che viene a instaurarsi tra mobili del tipo contenitore[67] e mobili del tipo sostenitore (“cadreghe da donna”, “scagni”, poltrone, tavolini e mobiletti da gioco)[68].

 

Alcune categorie di oggetti particolari, che segnano il passo verso un ulteriore grado di civilizzazione, incominciano a richiedere appositi ambienti e specifici mobili d’arredo in cui essere raccolti o esposti. Si tratta soprattutto delle raccolte di materiale librario, dei quadri di pittura, di un ventaglio di oggetti raffinati tipicamente destinati a pratiche di devozione privata[69]. La scelta del luogo destinato alle pratiche devozionali, allo studio, alla lettura e alla raccolta ed esposizione di quadri e sculture è quindi legata al tipo di percorso, più o meno articolato, rintracciabile all’interno delle dimore. Le famiglie aristocratiche, infatti, dispongono di palazzi con molti ambienti, uno dei quali può essere esclusivamente destinato al culto (oratorio, cappella privata), mentre altri mobili e suppellettili connesse a pratiche devozionali completano l’arredo delle stanze da letto e dei locali più riservati. Nelle residenze urbane dell’aristocrazia è inoltre possibile rintracciare la presenza di stanze (“studiolo”, “libreria”, “guardaroba”) riservate allo studio e alla conservazione di oggetti preziosi[70].

 

In un inventario del palazzo urbano, a Brescia, della famiglia Gambara vengono menzionati i locali della sacrestia e della chiesa. In questi ambienti viene conservata una varietà di mobili d’arredo, suppellettili sacre e paramenti. L’altare, l’inginocchiatoio, le panche, l’armadio e la credenza sono mobili ricavati in legno dipinto di bianco. Si tratta di elementi d’arredo semplici, ma funzionali. Beni più ricercati e di lusso si riscontrano, invece, nella varietà dei paramenti. I manipoli, le pianete, le stole e i corporali sono ricavati in tessuti di seta, in raso lavorato e “trinciato”, in damascati. In questi ambienti sono inoltre riposti purificatori, campanelli e candelabri in ottone, calici con base in rame, caraffe e piccoli recipienti in cristallo, scatole per le ostie rivestite in broccato. Nell’inventario, in modo particolare, vengono descritte alcune suppellettili del tipo “agnus dei” e reliquiario. Queste impronte e sculture in cera di diverse dimensioni e le reliquie sono conservate, all’interno della stanza della “guardaroba”, in piccoli quadri rivestiti in tessuto prezioso (raso, seta, velluto ricamato con fili d’oro), con parti in argento, sostegni in ebano e protezione in cristallo. Alcuni sigilli, sui cui lati vengono impressi simboli sacri e stemmi di alti prelati, sono impreziositi con perle e granate[71]. Il redattore degli elenchi, nelle liste di beni in cui compare una suddivisione in categorie, tende a includere gli “agnus dei” nell’insieme “agnus, casseti e scattoli” o in quella “cassetti, cassittini e schattoli”[72].

 

Nei casi in cui, invece, la dimora è carente di locali e l’articolazione non è molto sviluppata il complemento d’arredo ha la funzione di delimitare uno spazio, un angolo all’interno di una stanza destinato a funzioni specifiche[73]. La tipologia di mobili d’arredo e di suppellettili destinate a pratiche devozionali è comunque piuttosto varia già dal Seicento anche per le famiglie che vivono in dimore meno articolate. Si tratta di capi d’arredo di medie dimensioni collocati raramente in cucina, più frequentemente in “stanze” e “camere”, prevalentemente destinate al riposo. Tale genere di arredo viene indicato dai termini “oratorio” e “inginocchiatoio”. “Inginocchiatoi” e “oratori”, presenti a ogni modo anche nelle camere da letto dell’aristocrazia, non sembrano differire molto nella funzione. Sembra tuttavia che in alcuni casi gli “oratori”, soprattutto, siano muniti di cassettini in cui riporre libri, messali, oggetti legati alla devozione, quali crocette e reliquie. Vi sono, infatti, inginocchiatoi più complessi forniti di cassetto e maniglie in ottone, ripiani lavorati a intarsio e piccoli altari aggiunti. Questo tipo di mobili entra a fare parte in maniera stabile dell’arredo delle camere da letto nelle dimore del ceto medio-alto, insieme a qualche piccolo tavolino, ai mobili da toletta, all’armadio per i vestiti, al crocefisso e ai quadri rappresentanti la Madonna con il bambino. In alcuni ambienti destinati al riposo notturno emerge, inoltre, la presenza di mobili di uso strettamente personali impiegati, però, in modo polifunzionale. Nella dimora cittadina del mercante di ferramenta Morari, alla fine del Seicento, si riscontra la presenza di un buon numero di stanze da letto con inginocchiatoio. In una di queste, di piccole dimensioni, si trova, al posto dell’inginocchiatoio, una raffinata “pettiniera”, un mobile prevalentemente impiegato per la toeletta, sul quale è posta una piccola ancona rappresentante S. Giorgio, insieme a un casettino porta reliquie. Diffusa è, infatti, la presenza di reliquiari, solitamente conservati nelle stanze da letto e, talvolta, nella “caminata”[74].

 

Benché l’apparato di quadri e cornici sia ancora per buona parte del Seicento funzionale all’ornamento e al decoro della casa (si pensi soprattutto, con riferimento alla dimora aristocratica, all’esposizione della ritrattistica in cui vengono rappresentati i progenitori, funzionale alla manifestazione del grado di onore della famiglia), le guide turistiche alle cose notevoli della città, dalla metà del secolo, contengono paragrafi dedicati al contenuto delle raccolte di quadri delle famiglie agiate, presentandole quasi in forma di collezione[75]. Nel caso della famiglia Gambara il contenuto della stanza della “guardaroba”, un ambiente prevalentemente destinato, all’interno del palazzo urbano, al deposito di beni ricercati -tra i quali si ricordano non solo i rotoli di tappezzeria di Fiandra, ma anche maioliche, quadri, reliquiari e denti di animali- conduce a fare pensare che la stanza in questione possa rivestire anche una funzione diversa rispetto a quella di un semplice deposito in cui stipare oggetti[76]. Gli altri beni mobili preziosi tendono a essere collocati nelle “camere” che servono “da studio” e che, sia per il padrone di casa sia per la sua signora, coincidono con la terza camera, la più nascosta, all’interno dei relativi appartamenti privati, articolati in anticamera, camera e studiolo. Le raccolte di quadri sono esposte nelle sale di rappresentanza. In tal caso il soggetto delle opere è prevalentemente il ritratto di progenitori e di alti prelati, oppure nelle camere private, nelle quali soggetti con tema sacro si alternano a soggetti di carattere profano[77].

 

Libri, medaglie e documenti relativi alla contabilità domestica trovano, nella dimora aristocratica, la loro collocazione in ambienti del tipo “studio”, “studiolo” o “gabinetto”. Non sempre si tratta di un locale prossimo alla camera da letto. Talvolta può trattarsi di una stanza da studio aggiuntiva, ricavata a pian terreno, in altri casi, di una piccola stanza isolata dal resto dell’abitazione, ma dotata di ogni comfort[78]. Giulio Antonio Averoldi nel 1684 sceglie di ricavare il proprio “gabinetto”, che egli chiama anche “museo”, in cui ritirarsi a “scrivere, a leggere, a studiare” e a fare “i conti cogli affittuari delle case o con i debitori di biade, vini, fieni ed altre cose”, in un “camerino”, ubicato sopra la loggia della dimora di campagna e precedentemente impiegato come “uccelleria”, ossia come stanza in cui venivano ospitati “pernici, cotornici, tortore, quaglie e ortolani”[79]. I mobili d’arredo in cui i libri vengono riposti rientrano nella tipologia dello “scaffale per libri”, dell’“armadio per le scritture” oppure della “cassa”, “cassone” o “forziere”, in cui i volumi vengono riposti anche quando soggetti a continui trasferimenti[80]. In alcuni documenti dei primissimi anni del Settecento è possibile, nel caso della famiglia Martinengo da Barco, rinvenire riferimenti anche a un ambiente appositamente pensato al fine di conservare la preziosa e cospicua raccolta di libri che appartiene alla famiglia. In una disposizione testamentaria, in particolare, si fa divieto di “trasportar libri o per sé o per altri fori della libraria”. Ciò fa concludere che, nella residenza della famiglia, vi fosse un locale del tipo “libreria” adibito a questa funzione specifica[81].

 

Concentrazioni notevoli di quadri e opere d’arte, dai decenni centrali del Seicento, sono descritte anche negli inventari di famiglie di estrazione medio alta che esercitano attività commerciale. In alcuni casi, l’equilibrata disposizione degli stessi fa pensare che quadri e cornici siano stati introdotti nella casa al fine di arricchire e completare effettivamente l’arredo domestico. Il sarto Lelio Ferrari che, nel corso della prima metà del Seicento, abita nei pressi di contrada Sant’Agata, possiede una cinquantina di quadri, in gran parte rappresentanti soggetti sacri meticolosamente descritti dal redattore dell’inventario post-mortem, prevalentemente riposti nella “caminata”, la sala principale della casa[82]. In altri casi, l’elevata concentrazione di sculture, quadri di pittura e cornici, apparentemente con una collocazione meno precisa tra gli altri mobili d’arredo di cui sono fornite le stanze, fa supporre, tra le varie ipotesi, che possa forse trattarsi di oggetti dati in pegno o temporaneamente presenti, in forma di deposito, nella residenza[83]. La presenza di libri all’interno delle dimore, anche se in quantità più modeste, non è appannaggio solo dell’aristocrazia. Nelle case dei bottegai agiati si ritrovano soprattutto messali. L’inventario post-mortem di Gio Batta Marsai, al principio del 1702, segnala la presenza, in una “camera contigua alla cosina”, di una piccola raccolta di volumi di carattere non esclusivamente devozionale[84].

 

 

            Le cose e le persone.

 

Il percorso verso la modernità viene tracciato anche dalla ricerca di una specializzazione funzionale delle cose in rapporto ai destinatari. Alcune categorie di oggetti vengono descritte negli inventari anche in rapporto alla persona cui sono dirette. La dicitura “da padrone” oppure “da famiglia”[85] o “da servitù” è funzionale a connotare anche dal punto di vista della qualità una serie di oggetti. La descrizione degli oggetti di cui si circonda il padrone è molto meticolosa. Può trattarsi del vestiario (da viaggio o da città, di cui nelle descrizioni vengono messe in evidenza le caratteristiche delle fogge e le sfumature dei colori) oppure di oggetti ancora di uso strettamente personale, ma legati a un forte processo di civilizzazione, e che sono diretti, come si è illustrato in precedenza, a soddisfare il bisogno di devozione, di igiene personale, di raccogliere quadri, libri, medaglie, di conversare e di condividere momenti di convivialità con ospiti selezionati (tavoli da gioco, scrittoi, studioli)[86].

Le categorie di oggetti che invece vengono connotate come “da servi” si riducono a un ventaglio più ridotto. La dicitura “da servitù” o “da famiglia” viene usata per definire soprattutto la qualità della biancheria da letto -che in molti casi, però, non è limitata alle lenzuola, ma è comprensiva anche di altri strati morbidi del giaciglio- e quella della biancheria da tavola. La differenza tra la biancheria da padrone e quella per la servitù è solitamente data dalla trama dei tessuti e dal tipo di filato impiegato. I tessuti per la biancheria del padrone sono “fini”, la tela impiegata per confezionare i panni destinati alla servitù è “grossa”[87].

 

Non mancano tuttavia negli inventari di famiglie come quella dei Gambara, che mantengono uno stile di vita particolare e di gusto maggiormente internazionale, riferimenti anche a un più ampio ventaglio di oggetti riservati alla servitù. In questa documentazione vengono descritte livree e corredi di scarpe e stivali destinati al personale domestico[88]. In alcuni inventari vengono presentati, in coda agli elenchi di oggetti che servono al padrone, anche gli elenchi di oggetti che servono ad arredare le stanze in cui riposa il personale domestico. L’arredo delle camere riservate ai domestici è solitamente completo di mobili sostenitori e per il riposo, di mobili contenitori versatili e di semplice fattura, oltre che di biancheria di qualità ordinaria. Le pareti sono più modestamente adornate con qualche quadro e non sono menzionati rivestimenti del tipo tappezzeria. Non mancano tuttavia differenze nel modo di arredare le stanze riservate a un “maestro di casa” rispetto a quelle destinate a chi riveste nella gerarchia del personale domestico un ruolo più umile[89].

 

 

            La trasmissione delle cose.

 

Nel corso del Seicento si consolida il processo di identificazione della famiglia anche con il suo patrimonio di beni mobili. Questi ultimi non solo servono ad arredare la casa o a vestire la persona, ma anche a trasmettere alle generazioni successive la memoria, i valori, l’onore e il decoro dei predecessori. Il progressivo interesse per il bene mobile e la coscienza delle sue potenzialità vengono messe in evidenza dall’abitudine in alcune famiglie di estrazione aristocratica di redigere inventari «speciali» in funzione di particolari categorie di beni[90]. Si pensi alla serie di inventari di libri a stampa e manoscritti redatti, per Francesco Gambara nei primi decenni del Seicento, allo scopo di aggiornamento del patrimonio librario della famiglia[91]; oppure ai testamenti della famiglia Martinengo da Barco, in cui, con il progredire del secolo, si fa sempre più marcato il legame del lignaggio con alcune categorie particolari di beni che vengono protetti da fedecommesso. In quest’ultimo caso il mantenimento della integrità di alcuni insiemi di beni (medaglie, libri, atlanti e carte geografiche) viene raccomandato ai posteri pena la decadenza dall’eredità[92]; e ancora alla passione di alcuni esponenti del ceto aristocratico per la redazione di guide alle cose notevoli della città, nelle quali si segnalano le raccolte e le collezioni in beni “non utili” presenti nelle famiglie agiate bresciane[93].

 

 

            Conclusioni.

 

L’omogeneità esterna che caratterizza le dimore dal punto di vista strutturale all’interno di ciascuna categoria di esponenti agiati viene controbilanciata da una progressiva tendenza alla personalizzazione degli apparati ornamentali delle facciate; una maggiore libertà caratterizza inoltre il modo di allestire gli interni domestici. Il clima di relativa libertà in cui la città si trova nel momento in cui è dominata da Venezia sembra favorire una maggiore e accentuata eterogeneità interna all’ambiente domestico che si riflette nella composizione qualitativa e funzionale (e nelle rispettive quantità e concentrazioni) del paniere di oggetti acquisiti dalle famiglie. Studi, viaggi, mantenimento di relazioni internazionali con centri urbani maggiori e la politica matrimoniale sono i canali principali attraverso i quali il processo di accumulo degli oggetti e l’organizzazione della casa vengono stimolati, connotati e accelerati. Il caso della famiglia Gambara, con le sue numerose e costanti relazioni con l’ambiente romano, le corti dell’Italia centrale, l’ambiente veneziano e quello milanese, è esemplare al riguardo. La particolarità dello stile di vita di questa famiglia, sia rispetto al contesto locale sia rispetto ad alcune altre realtà lombarde analizzate da ricerche recenti sugli stili di vita del patriziato, trova conferma anche nella organizzazione degli interni domestici riservati all’uso del padrone e della padrona di casa secondo schemi tipici in voga in centri urbani di maggiori dimensioni[94]. L’attenzione e la cura riservata all’apparato decorativo e ornamentale della casa non è tipica solamente dell’aristocrazia più in vista, che in ogni caso si caratterizza per consumare e acquisire oggetti in concentrazioni notevoli, e in modo anche precoce rispetto alle altre famiglie, ma anche di esponenti del ceto agiato non necessariamente aristocratico. Le famiglie agiate bresciane appartenenti al ceto medio alto tendono quindi ad allinearsi, con le dovute varianti locali e una maggiore influenza del modello veneziano sull’architettura della casa, alla tendenza rilevata, con riferimento al medesimo periodo, da altre ricerche relative a campioni di famiglie di estrazione sociale simile in centri urbani come quello milanese e romano[95]. Questo orientamento si caratterizza non solo per la volontà delle famiglie in questione di appropriarsi di un variegato insieme di oggetti, ma anche dalla necessità di provvedere a una riorganizzazione dello spazio domestico che, dalle stanze per il riposo, si estende agli ambienti legati alla sfera delle attività diurne e allo spazio destinato allo studio e al lavoro[96].



* Artículo recibido el 21 de diciembre del 2015. Aceptado el 15 de mayo del 2016.

[1] Tra gli studi che hanno dato l’avvio a questo filone di ricerche, soprattutto per quanto concerne la storia economica e sociale, si ricordano Paolo MALANIMA, I Riccardi di Firenze. Una famiglia e un patrimonio nella Toscana dei Medici, Firenze, Leo S. Olschki, 1976, Maria A. VISCEGLIA, Il bisogno di eternità. I comportamenti aristocratici a Napoli nell’età moderna, Napoli, Guida, 1988, Paolo MALANIMA, Il lusso dei contadini. Consumi e industrie nelle campagne toscane del Sei e Settecento, Bologna, Il Mulino, 1990, Richard A. GOLDTHWAITE, Ricchezza e domanda nel mercato dell’arte in Italia dal Trecento al Seicento, Milano, Unicopli, 1995. Tra gli sviluppi si rammentano, gli studi orientati all’analisi di una famiglia, in particolare quelli di Valeria PINCHERA, Lusso e decoro. Vita quotidiana e spese del Salviati di Firenze nel Sei e Settecento, Pisa, Scuola Normale Superiore di Pisa, 1999 e di Elena PAPAGNA, Sogni e bisogni di una famiglia aristocratica: i Caracciolo di Martina in età moderna, Milano, Franco Angeli, 2002. Tra i contributi che hanno avuto come oggetto anche un campione di famiglie appartenenti al ceto medio alto si ricorda il volume di Renata AGO, Il gusto delle cose, Roma, Donzelli, 2006.

[2] Si citano a titolo d’esempio l’opera di Peter THORNTON, Interni del Rinascimento Italiano, Milano, Leonardo, 1992 e quella di Luke SYSON, Dora THORNTON, Objects of Virtue. Art in Renaissance Italy, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum, 2001.

[3] Sulla “casa” nell’Italia rinascimentale come chiave di lettura attraverso la quale osservare i mutamenti che nel tempo hanno permeato la società e la cultura, si rinvia in particolare all’introduzione e alla casistica presentata nei saggi contenuti in Marta AJMAR-WOLLHEIM, Flora DENNIS (a cura di), At Home in Renaissance Italy, London, V&A Publications, 2006. Si vedano inoltre Aurora SCOTTI TOSINI (a cura di), Aspetti dell’abitare in Italia tra XV e XVI secolo. Distribuzione, funzioni, impianti, Milano, Unicopli, 2001, Patricia FORTINI BROWN, Private Lives in Renaissance Venice, New Haven & London, Yale University Press, 2004, Elizabeth CURRIE, Inside the Renaissance House, London, V&A Publications, 2006, Marta AJMAR-WOLLHEIM, Flora DENNIS, Anne MATCHETTE (a cura di), Approaching the Italian Renaissance interior: sources, methodologies, debates, Blackwell, 2007.

[4] Il processo, già messo in evidenza, per il caso bresciano, in Joanne M. FERRARO, Vita privata e pubblica a Brescia 1580-1650, Brescia, Morcelliana, 1998, pp. 129-133 emerge anche dalle ricerche relative ad altri contesti urbani: si vedano in particolare Giacinta JEAN, La “casa da nobile” a Cremona. Caratteri delle dimore aristocratiche in età moderna, Milano, Electa, 2000, Marica FORNI, Cultura e residenza aristocratica a Pavia tra Seicento e Settecento, Milano, Franco Angeli, 1989, Chiara PORQUEDDU, Il patriziato pavese in età spagnola. Ruoli familiari, stile di vita, economia, Milano, Unicopli, 2012 e Edoardo ROSSETTI (a cura di), Squarci d’interni, Milano, Scalpendi Editore, 2012.

[5]Tra gli sviluppi più recenti delle ricerche inerenti gli oggetti e lo spazio privato, provenienti dall’area storico artistica, si ricordano Erin J. CAMPELL, Stephanie R. MILLER, Elizabeth CARROLL CONSAVARI (a cura di), The Early Modern Italian Domestic Interior 1400-1600. Objects, Spaces, Domesticities, Farnham, Ashgate, 2013 e Erin J. CAMPBELL, Old Women and Art in the Early Modern Italian Domestic Interior, Farnham, Ashgate, 2015. Tra le indagini di taglio maggiormente storico economico e sociale orientate all’analisi degli stili di vita in centri urbani (o attraverso campioni di studio) non ancora esplorati si citano a titolo d’esempio: Barbara BETTONI, I beni dell’agiatezza. Stili di vita nelle famiglie bresciane dell’età moderna, Milano, Franco Angeli, 2005, Alessandra TESSARI, Trasferimenti patrimoniali e cultura materiale nella Puglia del primo Settecento. Monopoli 1721-1740, Bari, Cacucci, 2007, Giovanna TONELLI, Affari e lussuosa sobrietà. Traffici e stili di vita dei negozianti milanesi nel XVIII secolo (1600-1659), Milano, Franco Angeli, 2012, EADEM, Investire con profitto e stile. Strategie imprenditoriali e familiari a Milano tra Sei e Settecento, Milano, Franco Angeli, 2015 e C. PORQUEDDU, Il patriziato pavese […], op. cit.

[6] J. M. FERRARO, Vita privata e pubblica […], op. cit., pp. 129-133.

[7] Sul clima di «relativa libertà» concesso dalla Serenissima ai signori di terre di confine, ubicate in posizione strategica rispetto ad altri Stati, si rinvia a Sergio Zamperetti, I piccoli principi. Signorie locali, feudi e comunità soggette nello Stato regionale veneto dall’espansione territoriale ai primi decenni del ‘600, Venezia, il Cardo, 1991, pp. 154-174, 301-303, 345-354. Sulle nuove abitudini di consumo provenienti da centri urbani maggiori si rinvia a R. A. GOLDTHWAITE, Ricchezza e domanda […], op. cit.

[8] Gli inventari consultati sono generalmente di matrice notarile. Gli inventari post-mortem riportano prevalentemente gli elenchi dei beni mobili di natura durevole e semidurevole rientranti nel patrimonio del de cuius. Gli elenchi di beni mobili in questione non sempre seguono il medesimo modello redazionale. Le voci, in alcuni casi, risultano raggruppate in rubriche che portano il nome della stanza dell’abitazione in cui gli oggetti sono stati ritrovati, mentre, in altri casi, i beni sono stati elencati in liste divise in base alla categoria di oggetti, solitamente funzionale, di appartenenza. Gli altri inventari cui si è fatto riferimento sono relativi a un insieme di beni mobili più limitato. Non si tratta della totalità, più o meno lacunosa, dei beni appartenuti a una persona, ma, nel caso degli elenchi dotali, degli oggetti portati in dote dalla sposa e, negli inventari redatti a scopo di aggiornamento, di elenchi che hanno per oggetto uno o più insiemi di beni particolari. Difficilmente gli inventari di beni, anche nel caso del tipo post-mortem più completo, riportano informazioni anche intorno all’entità dei beni stabili, dei crediti e dei debiti e circa le caratteristiche complessive delle unità abitative. Quest’ultimo genere di dati, per l’oggetto di studio in questione, può più frequentemente essere rilevato attraverso l’analisi delle polizze d’estimo, che invece offrono un quadro abbastanza completo, a meno di eventuali omissioni, dei beni stabili, dei crediti, degli aggravi e della composizione del nucleo famigliare ospitato nell’abitazione. Dalle polizze d’estimo consultate emergono inoltre informazioni relative alle caratteristiche strutturali delle dimore. Le polizze d’estimo bresciane, per la loro particolare configurazione, si sono quindi rivelate una fonte di studio importante anche per l’analisi degli stili di vita, in quanto portatrici di informazioni complementari rispetto a quelle contenute negli inventari. Per una spiegazione più articolata di questo rapporto di complementarietà tra le fonti impiegate per l’analisi del caso bresciano si rinvia a B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit., pp. 34-44 e a Barbara BETTONI, Le polizze d’estimo bresciane, in Guido ALFANI, Michela BARBOT (a cura di), Ricchezza, valore, proprietà in età preindustriale 1400-1850, Venezia, Marsilio editori, 2009, pp. 127-140, 445-447.

[9]Gran parte della documentazione spogliata è conservata presso l’Archivio di Stato di Brescia (da ora in poi ASBs). Presso questa sede sono stati consultati l’Archivio della famiglia Gambara di Verolanuova (da ora in poi AG) e, a suo tempo, l’Archivio della famiglia Averoldi (da ora in poi AA), attualmente ritornato in possesso degli eredi della famiglia. I dati sulle famiglie agiate di estrazione medio/alta sono stati rinvenuti, sempre presso l’ASBs, nei fondi dei seguenti enti di carità e di accoglienza, che, nel tempo, sono stati beneficiari di lasciti: Archivio della Congrega della Carità Apostolica (da ora in poi AC), Archivio del Pio Loco Zitelle (da ora in poi PLZ) e Archivio del Pio Loco Orfani (da ora in poi PLO). I dati relativi alla famiglia Martinengo da Barco provengono in prevalenza dai fondi Manoscritti Martinengo/Provenienze diverse (da ora in poi Mss Martinengo Prov. Div. C) e Manoscritti/Provenienze diverse (da ora in poi Mss Prov. Div. C) conservati presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia. Le polizze d’estimo spogliate, ove non rinvenute tra le carte conservate nei fondi sopramenzionati, sono state rinvenute presso l’ASBs, fondo Archivio Storico Civico (da ora in poi ASC), Polizze d’estimo. Le informazioni ricavate dagli inventari di beni mobili sono state inserite in un data-base, che, inizialmente progettato per contenere i dati ricavati dai fondi AA, PLZ, PLO, AC (si rinvia in proposito a B. Bettoni, I beni dell’agiatezza […], op. cit., pp. 34-44), è stato nel tempo affinato e incrementato con dati relativi ad altre famiglie. I dati circa la natura degli oggetti (materiali, uso indicato nella fonte, collocazione, stato di conservazione, stima, colore, parti accessorie, abbinamenti e accostamenti con altri oggetti, provenienza, destinatari dell’oggetto) sono stati vagliati e aggregati all’interno di un data-base (strutturato su più livelli all’interno di un foglio di calcolo del tipo xls) che, mantenendosi fedele alle informazioni contenute nelle fonti, ha consentito di ricavare, attraverso l’impiego di filtri e di tabelle pivot, dati di sintesi, soprattutto nel caso di inventari ricchi di informazioni intorno alla collocazione degli oggetti nello spazio privato, circa la composizione dell’arredo dei locali in cui le abitazioni si articolavano e del livello di funzionalità e specializzazione da esso raggiunto.

[10] Dal Cinquecento notevole è la diffusione di trattati che hanno per oggetto l’architettura della casa e il buon governo della stessa. Per questo studio si è fatto particolarmente riferimento al trattato pubblicato dal gentiluomo bresciano Giacomo Lanteri nella seconda metà del Cinquecento: si rinvia in proposito a Giacomo LANTERI, Della Economica. Trattato di M. Giacomo Lanteri, gentilhuomo bresciano, nel quale si dimostrano le qualità, che all’huomo e alla donna separatamente convengono per governo della casa, Venezia, appresso Vincenzo Valgrisi, 1560. Tra le più antiche guide turistiche alle opere (pubbliche e private) notevoli della città, si ricordano quella, compilata intorno alla metà del Seicento, di Francesco PAGLIA, Il giardino della pittura, a cura di Camillo Boselli, Brescia, Tipolito Fratelli Geroldi, 1967 e quella di Giulio A. AVEROLDI, Le scelte pitture di Brescia additate al forestiere, Brescia, Gian Maria Rizzardi, 1700.

[11]Per un esempio relativo al graduale abbandono della dimora di campagna come sede principale e maggiormente rappresentativa della famiglia, si rinvia a Barbara BETTONI, “I Martinengo da Barco tra Brescia e Venezia: stili di vita, modelli di consumo e politica matrimoniale”, in Pierantonio LANZONI, Sergio ONGER (a cura di), Una famiglia nobiliare di Terraferma: i Martinengo da Barco, Roccafranca (Brescia), Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, 2009, pp. 36-46.

[12] In proposito si vedano Giovanni DA LEZZE, Il catastico bresciano (1609-1610), con prefazione di Carlo Pasero, Brescia, F. Apollonio, 1969 (3 volumi), volume 1, pp. 171-281, Fausto LECHI, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Brescia, Edizioni di storia bresciana, 1974 (volumi 8), volume 3, pp. 365-375 e L’età veneta. L’immagine della città, la scultura monumentale, a cura di Santa Giulia Museo della Città, Milano, Electa, 1998, pp. 24-35.

[13] Si rinvia in proposito a J. M. FERRARO, Vita privata e pubblica […], op. cit., pp. 130-133.

[14] Questa tendenza emerge chiaramente dalla rassegna di immagini e di schede raccolte da F. LECHI, Le dimore bresciane […], op. cit., volume 5. Si rinvia inoltre alle rappresentazioni della città di fine Cinquecento e primi anni del XVII secolo (in cui sono ben visibili, nelle quadre di più nuova formazione, aree libere da edifici) pubblicate in Il volto storico di Brescia, Brescia, Comune di Brescia, 1978-1985 (volumi 5), volume 2, pp. 43-44.

[15]Si veda in proposito la casistica analizzata in Barbara BETTONI, “Aristocrazia senza corte: interni domestici a Brescia nel corso del XVI e XVII secolo”, in Journal de la Renaissance, IV, 2006, pp. 9-24.

[16] Ibidem. La documentazione per il momento analizzata non ha consentito di individuare esplicitamente le cause alla base della mancata o dell’incompleta attuazione del progetto cui si è fatto riferimento. Probabilmente il progetto era troppo ambizioso, non solo per le dimensioni dell’ampliamento, che avrebbero, per il loro impatto, contribuito a modificare il rapporto di equilibrio con lo spazio urbano circostante, ma anche dal punto di vista delle risorse finanziare e dell’ottenimento dei permessi necessari alla sua realizzazione. In ASBs, AG, b. 78 sono inoltre conservati documenti che testimoniano l’avvio di lavori di manutenzione e abbellimento del palazzo tra il 1610 e il 1616, sotto la guida di architetti di spicco. Ringrazio Enrico Valseriati per avermi segnalato la documentazione. Non è tuttavia chiaro, allo stato attuale della ricerca, se il progetto sopraccitato, di cui si è trovata traccia in ASBs, AG, serie disegni, 26e, possa essere stato elaborato in quelle circostanze.

[17]Ibidem. Le carte conservate nell’archivio della famiglia hanno consentito di rilevare come nel territorio bresciano le dimore a lungo preferite dai Gambara del cosiddetto ramo patrizio veneto fossero state quelle ubicate nelle località di Verolanuova e Pralboino, in cui, nel corso del Cinquecento, fu attiva sotto la guida dei Gambara una sorta di piccola corte. L’esigenza di individuare una dimora, anche urbana, rappresentativa del lignaggio in questione emerse sul finire del secolo XVI. La dimora cittadina trovò la sua sede in un palazzo originariamente appartenuto alla famiglia Maggi, in particolare a Barbara Maggi, ereditato, insieme ad altre proprietà ubicate appena al di fuori del centro urbano in località Bioco, nella seconda metà del Cinquecento dalla sorella Giulia, sposa di Lucrezio Gambara. Si rinvia in proposito alla documentazione contenuta in ASBs, AG, bb. 55, 78 e in ASBs, ASC, Polizze d’estimo, b. 422, anno 1588.

 

[18]L’informazione è emersa dall’analisi delle polizze relative a Nestore e Achille fratelli Martinengo da Barco datate 1568 e 1588 e contenute in ASBs, ASC, Polizze d’estimo, b. 213.

[19]Si rinvia in proposito a Maura POLI, “Nobiltà e cultura della nobiltà in Francesco Leopardo Martinengo da Barco (secolo XVII)”, in P. LANZONI, S. ONGER (a cura di), Una famiglia nobiliare di Terraferma, op. cit., p. 170 e F. LECHI, Le dimore bresciane […], op. cit., volume 1, pp. 303-306 e volume 5, pp. 90-99.

[20]Al riguardo si vedano F. LECHI, Le dimore bresciane […], op. cit., volume 3, pp. 312-330 e, soprattutto per quanto concerne la modificazione dell’arredo degli interni domestici di casa Averoldi nel tempo, B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit., pp. 57-63, 65-94.

[21] Si veda G. LANTERI, Della Economica […], op. cit., pp. 13-31.

[22] Si cita al riguardo il caso di Gio Batta Martinengo conte di Barco: in una polizza d’estimo che risale ai decenni centrali del Seicento (ASBs, ASC, Polizze d’estimo, b. 213) egli dichiara di avere nella città di Brescia “un palazzo murato cupato, solerato et cilterato per uso” proprio “in corpi cinque et con stalla grande et horto grande di tavole trenta in circa”. Nel territorio di Villanuova a Riva d’Oglio scrive di possedere: “una casa grande et bella” detta “il Palazzo mio, murata, cupata, solerata et cilterata con corte et stalla grande et cascina dalli malghesi”. L’espressione “una casa seu palazzo” accompagnata dalla specificazione “per uso mio” ritorna nella polizza, risalente agli anni Ottanta del Seicento, di Francesco q. Gio Batta Martinengo da Barco: ASBs, ASC, b. 214. Tra le polizze conservate nel fondo ASBs, AC, Serie Eredità, è spesso presente, nel caso di dimore riservate ad artigiani e bottegai, l’espressione “casa con bottega”: si cita a titolo d’esempio un documento datato 26 giungo 1642, conservato nel fondo citato alla b. 357 (Eredità Zurlengo) in cui compare una serie di diciture del tipo “casa con bottega” e “casa senza bottega”.

[23] Si rinvia al riguardo a B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit., pp. 16-18, 117-118, 131-139.

[24]  Il riferimento è alla tripartizione degli ordini tipica delle facciate dei palazzi rinascimentali fiorentini, generalmente caratterizzati dalla presenza di un bugnato più sporgente (o comunque più evidente) nella parte bassa, da un ordine centrale in cui il bugnato si assottiglia e un terzo ordine in cui lo stesso si alleggerisce ulteriormente. L’ulteriore presenza di aperture e marcapiani con richiami all’architettura classica negli ordini superiori contribuisce a rendere la facciata dei palazzi, tripartita in senso verticale,dei palazzi più leggera verso l’alto. Sulle caratteristiche dell’edilizia privata fiorentina dal Quattrocento si rinvia in generale allo studio di Richard A. GOLDTHWAITE, La costruzione della Firenze Rinascimentale. Una storia economica e sociale, Bologna, Il Mulino, 1984.

[25]Per una rassegna di immagini relativi ai palazzi seicenteschi della città si rinvia a F. LECHI, Le dimore bresciane, volume 5.

[26] In proposito: B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit., pp. 16-18, 117-118.

[27] Si rinvia in generale alla rassegna contenuta in F. LECHI, Le dimore bresciane, volume 5.

[28]  La finestra con struttura a «serliana» (il termine deriva dal nome di Sebastiano Serlio, architetto bolognese vissuto tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento) presenta nella parte centrale un vano a arco e due vani laterali coperti da architravi poggiate a un’altezza pari a quella del punto d’imposta dell’arco. Si rinvia in proposito a Renato DE FUSCO, Storia dell’arredamento, volume 1, Torino, UTET, 1997, pp. 120-121.

[29] Sulla tipologia di itinerari domestici individuati per le famiglie appartenenti al ceto medio alto a Brescia si rinvia a B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit., pp. 16-18 e 131-139.

[30] Ibidem.

[31] Si veda F. PAGLIA, Il giardino della pittura […], op. cit., pp. 99, 129, 158, 162, 167, 262, 267, 315, 335, 346, 475.

[32] Il caso dei Martinengo da Barco è quello in cui è stata particolarmente riscontrata questa tendenza. Si veda al riguardo B. BETTONI, “I Martinengo da Barco” […], op. cit., pp. 34-35.

[33] Si veda J. M. FERRARO, Vita privata e pubblica […], op. cit., pp. 90-93. L’obbligo di residenza a Venezia era connesso ai compiti di partecipazione alla vita pubblica cui i patrizi veneziani erano tenuti. Per conseguenza, l’avere residenza all’interno della città si configurava come uno dei requisiti necessari al fine di ottenere il patriziato.

[34] I documenti spogliati all’attuale stato di avanzamento di questa ricerca non specificano dove fosse ubicato l’appartamento e in base a quale titolo (affitto, proprietà, ospite di parenti) Francesco Gambara lo abitasse. È nota tuttavia la frequentazione dell’ambiente romano da parte di diversi esponenti della famiglia, tra i quali si annoverano cardinali e persone in contatto con l’ambiente ecclesiastico. Gli inventari e le note contenute in ASBs, AG, b. 113 confermano i soggiorni di Francesco Gambara nell’appartamento romano anche per gli anni venti del Seicento, per un periodo successivo al suo mutare d’abito. Non pare quindi che la residenza fosse strettamente connessa all’incarico attribuitogli a Roma nei primi anni del Seicento.

[35]ASBs, AG, b. 112, Inventario, Francesco Gambara, Roma, 1606.

[36]Di questi ideali e della loro declinazione si discorre nella trattatistica coeva sul buon governo e sull’architettura della casa. Si rinvia in generale a G. LANTERI, Dell’economica […], op. cit.

[37] L’indicazione di aree destinate a queste funzioni è solitamente già messa in evidenza dalle polizze d’estimo relative ai nuclei famigliari. Si ricordano a titolo d’esempio la polizza di Francesco detto Leopardo Martinengo conte di Barco, risalente agli anni Ottanta del Seicento, in cui la “casa seu palazzo”, sita in città, risulta articolata in “corpi cinque terranei et altri superiori con stalla et horto adacquadore”(ASBs, ASC, b. 214, 1686).

[38] Per la dimora in città del notaio Lelio Gavatteri vengono elencati i seguenti locali di servizio: “caneva”, “cosina” e “sechiaro”, ovvero un locale adiacente la cucina e a esso accessorio in cui si ripongono i piatti da lavare (ASBs, PLZ, b. 13, Eredità Gavatteri, 1668); nella polizza dei beni lasciati alla moglie dell’oste Pederdò, residente in città, i luoghi di servizio della casa, provvista di bottega, sono indicati come “cucina” e “caneva” (ASBs, AC, b. 233, Eredità Pederdò, 1678). Nella dimora di famiglie più altolocate gli ambienti di servizio si inseriscono in un itinerario più articolato già al principio del Seicento. Si rinvia al riguardo all’inventario del 1611 dei beni mobili di Fausto Averoldi presenti nella casa di Brescia nel quale vengono elencati diversi locali di servizio: “cosina”, “caneva”, “cosinotto da basso”, “dispensino”, “dispensa”, “farinera”, “granaro”, “sechiaro”, “stalla” (ASBs, AA, b. 33, Inventario, Fausto Averoldi, Brescia, 1611).

[39]Si veda ASBs, AA, b. 33, Inventario, Aurelio Averoldi, Brescia, 1666, in cui compaiono i termini “sala terranea” (a indicare un ambiente arredato con sedie del tipo “cadrega” di diverse dimensioni, tavolini, forniture di tappeti e attrezzi e arnesi per la gestione del camino) e il termine “salotto”, a indicare un ambiente in cui sono presenti tappezzerie di “rasetti verdi et giali con franzeta a mezo”, mobili contenitori del tipo “vestiario”, qualche sedia, tavolini, un calamaio e trentanove quadri di pittura di cui non vengono specificati soggetti né autori.

[40] Sulla presenza di ambienti del tipo “caminata” in area genovese si rinvia a Sandra CAVALLO, The artisan’s casa, in M. AJMAR-WOLLHEIM, F. DENNIS (a cura di), At Home in Renaissance Italy […], op. cit.

[41] Questo aspetto è particolarmente evidente negli ambienti indicati con il termine “sala” in casa Gambara (ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612) e in casa Averoldi a Brescia, ove la “caminata da basso” è arredata con mobili in prevalenza sostenitori, paramenti e qualche ritratto (ASBs, AA, b. 33, Inventario, Fausto Averoldi, Brescia, 1611).

[42]Per alcuni esempi si rinvia a ASBs, AA, b. 33, 1611, Fausto Averoldi, Brescia (in cui si riferisce di una “caminatella” arredata con mobili sostenitori, una credenza e diverse masserizie da tavola). Si rinvia inoltre per qualche caso di “caminata” presente nelle case di famiglie del ceto medio/alto a ASBs, AC, b. 233, Eredità Pederdò, 1680 (la “caminatella terranea” ospita mobili contenitori del tipo “credenza” e mobili sostenitori per masserizie del tipo “moiolera”, attrezzi per la gestione del camino, sedili di diversa fattura, dallo “scagno” alla “cadrega”, un tavolo e qualche tavolino, uno specchio) e all’elegante “caminata” in casa del sarto Lelio Ferrari (ASBs, AC, b. 108, Eredità Ferrari, 1648), che ospita una tavola con dieci sedie, mobiletti sostenitori e contenitori di raffinata fattura e numerosi quadri di pittura con soggetti prevalentemente sacri.

[43] Si pensi alla “caminata sopra la bottega” dell’artigiano Carlo Battezzi per la quale vengono menzionati capi di biancheria per il letto, parti morbide del giaciglio e una lettiera: ASBs, AC, b. 36, Eredità Battezzi, 1640.

[44] Si rinvia nuovamente ai casi ASBs, AC, b. 36, Eredità Battezzi, 1640, ASBs, AC, b. 108. Eredità Ferrari, 1648 e ASBs, AC, b. 233, Eredità Pederdò, 1680.

[45] La successione delle “camere”, degli “studi” e delle “anticamere” è presente negli itinerari domestici delle famiglie di più elevata estrazione sociale. Nel caso della famiglia Gambara, essa si configura in forma di «appartamento» già nei primi anni del secolo: ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612. Il caso analizzato evidenzia una certa precocità da parte dei Gambara rispetto ad altre famiglie coeve del contesto locale nell’adozione del «modello romano» con tripartizione delle camere destinate all’uso dei padroni di casa (con evidenti simmetrie funzionali e nell’arredo tra le “camere” riservate al conte e quelle riservate alla contessa).

[46]L’uso particolare cui i Gambara destinarono la stanza della “guardaroba” nella dimora urbana a Brescia è stato messo in evidenza in B. BETTONI, “Aristocrazia senza corte” […], op.cit., pp. 9-24.

[47]In casa Gambara, nei primi decenni del Seicento (ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612), il termine “tinello” indica un ambiente destinato al consumo dei pasti, differenziato a seconda dei destinatari (“tinello delli gentilomi”, “tinello grande”). Negli inventari della famiglia Averoldi il termine “tinello” si riferisce anche ad ambienti che contengono letti e, quindi, più simili a locali del tipo ripostigli o a camere per il riposo che a stanze in cui si consumano i pasti: si rinvia al riguardo a ASBs, AA, b. 33, Inventario, Aurelio Averoldi, Brescia, 1666, in cui il “tinello di sotto al ingresso porta” contiene biancheria da letto, strutture per il letto del tipo “cavalletti”, diversi mobili sostenitori del tipo “cadreghe”, “tavoli” e “tavolini”, mobili contenitori del tipo “armadio” e “boffetto”. Arredato come stanza da letto risulta inoltre il “tinello” nella casa degli Averoldi fuori città, in località Mezzane, nel 1611: si rinvia a ASBs, AA, b. 33, Inventario, Fausto Averoldi, Mezzane, 1611.

[48]Negli anni successivi alla visita pastorale di San Carlo Borromeo del 1580, gli esponenti della famiglia Maggi-Gambara sono, inoltre, coinvolti, come testimonia parte del carteggio privato, in lavori di costruzione, modifica e adattamento alle esigenze controriformistiche di alcune piccole chiese all’interno delle tenute di campagna e delle proprie cappelle votive nelle chiese della città. Nel corso dei primi anni del XVII secolo Francesco Gambara, ex referendario della Santa Sede, e la moglie Eleonora Martinengo, già vedova Sanvitale, si trovano impegnati nei lavori di modifica e ornamento della chiesetta privata in località Bioco, alle porte della città, nei pressi di una residenza originariamente dei Maggi. Essi acquistano, inoltre, dalle suore del monastero di Santa Giulia, con il quale il palazzo in città confinava a est, una cappella con altare con l’intenzione di farne la cappella sepolcrale della famiglia apportandovi alcune modifiche. Si rinvia al riguardo alle informazioni contenute in Camillo BOSELLI, Nuove fonti per la storia dell’arte. L’Archivio dei Conti Gambara presso la Civica Biblioteca Queriniana di Brescia: I, il Carteggio, Venezia Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1971, pp. 5, 25, 27, 28, 29, 38, 41-47, 51-53, 60-77.

[49] Nell’inventario dell’articolata abitazione di Giovita Cocalio (ASBs, AC, Eredità Cocalio, 1615) vengono elencati diversi ambienti, tra i quali vengono menzionati sia locali di passaggio sia le relazioni di prossimità tra una stanza e l’altra. L’elenco include le voci “camaretta”, “camarino”, “camera”, “camera depenta a monte”, “camera depenta in capo lozza”, “camera delle donne”, “camera grande”, “camera dei servitori”, “cameretta verso porta”, “caminadella depinta”, “caminata grande”, “cosina” con la “dispensa”, “sechiaro”, “farinera”, “logo delle carrozze” e “locale sotto la loggia da basso”.

[50]Per una casistica articolata si rinvia a B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit., capitolo 3.

[51]Questo fenomeno si riscontra soprattutto negli itinerari domestici del tipo articolato di cui è protagonista l’aristocrazia insieme al suo apparato di domestici e servitori.

[52] Sotto lo stesso tetto e in periodi di normalità demografica la famiglia multipla verticale, costituita dai genitori e dal figlio sposato, tendeva, nel contesto bresciano della fine del Cinquecento e dei primi decenni del Seicento, a essere la più frequente: solo alla morte dei più anziani la famiglia multipla-verticale poteva trasformarsi in nucleare. Le famiglie estese, formate da una coppia di coniugi che viveva con altri parenti, si diffusero a Brescia soprattutto dopo la mortalità catastrofica del 1630. La tendenza è stata rilevata in J. M. FERRARO, Vita privata e pubblica […], op. cit., p.134.

[53] Si rinvia al riguardo soprattutto al caso della famiglia Gambara (ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612). La presenza, nei conteggi dei famigliari di servitù e personale domestico, è tuttavia spesso evidenziata, come si descrive meglio in seguito, anche nelle polizze relative alla famiglia Averoldi e dei Martinengo da Barco.

[54] Si veda al riguardo la polizza compilata negli anni Ottanta del Seicento da Giulio Antonio Averoldi quondam Gio Batta (ASBs, ASC, Polizze d’estimo, b. 162B, 1686): il suo nucleo famigliare è costituito dalla madre Violante, da Giacinta sua moglie, dal figlio Gio Vincenzo e da sei bambine alcune descritte come “puerules” altre come ancora “lactantes” e da “servitù” per il suo “bisogno”, che non viene elencata.

[55] G. LANTERI, Dell’Economica […], op. cit., p. 40: “Agli huomini di ciascuna conditione è lecito senza biasimo, di tenere servitù pel bisogno loro, onde quella comodità si cavi, che senza servi non si può havere”.

[56]Differenze in questo senso sono evidenti anche tra famiglie dello stesso rango: benché anche i Martinengo da Barco potessero fare conto su uno staff piuttosto variegato di domestici e collaboratori (si rinvia in proposito a B. BETTONI, “I Martinengo da Barco” […], op. cit., pp. 36-46), le schiere della servitù di casa Gambara risultano ancora più abbondanti e variegate già dalla seconda metà del Cinquecento. Si vedano ASBs, AG, b. 607, libro dei salariati di Francesco Gambara, 1614 e 1615 e b. 606, salariati di Giulia Maggi Gambara, 1595 e 1596.

[57] Si rinvia a ASBs, AG, b. 607, libro dei salariati di Francesco Gambara, 1614 e 1615 e b. 606, salariati di Giulia Maggi Gambara, 1595 e 1596 e a ASBs, ASC, Polizze d’estimo, b. 422. Il “maestro di casa” ha una sua stanza nel palazzo urbano dei Gambara: ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612.

[58] G. LANTERI, Dell’Economica […], op. cit., p.18.

[59]ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612. e ASBs, AG, serie disegni, 26e. Si rinvia inoltre a Ruggero BOSCHI, Il palazzo Maggi-Gambara, la situazione urbana a Brescia nel Tardo Medioevo, in Brescia romana, materiali per un museo 2, Brescia, Grafo, 1979, p. 87 e successive.

[60]G. LANTERI, Dell’Economica […], op. cit., pp. 22.

[61]Le differenze tra i panieri di consumo «qualitativi» e «funzionali» delle famiglie Gambara e Averoldi emergono dalle analisi condotte in B. BETTONI, “Aristocrazia senza corte” […], op. cit. e in Eadem, I beni dell’agiatezza […], op. cit., 109-124. La famiglia Gambara, particolarmente coinvolta in vicende internazionali e caratterizzata da un tessuto di relazioni interpersonali piuttosto esteso, tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento, si distingue per l’acquisizione di elevate concentrazioni di opere d’arte e per la capacità di importare, attraverso le disposizioni della mobilia d’arredo, un gusto appreso attraverso la familiarità con l’ambiente bolognese, romano e delle corti dell’Italia centrale. Gli arredi delle abitazioni della famiglia Averoldi risultano nel loro complesso più sobri e meno affollati di oggetti, anche se è nota la passione di alcuni esponenti della famiglia per le opere d’arte. Questa loro inclinazione non emerge particolarmente dagli inventari studiati, che tendono a non includere riferimenti dettagliati a quadri e cornici, ma si può rilevare da quanto viene descritto nelle guide turistiche coeve.

[62]Si rinvia alla casistica relativa all’età moderna contenuta in B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit.

[63] Esemplare è il caso degli ambienti che gravitano intorno alla cucina. Il riferimento è in particolare all’ambiente “dispensino” o “dispensa” nominato con frequenza anche nelle dimore degli esponenti del ceto medio alto: ASBs, PLZ, b. 21, Eredità Grosso, 1655 (“dispensino accanto alla cucina”, “dispensino posto dietro la scala”); ASBs, AC, b. 212, Eredità Morari, 1702 (“dispensino”); ASBs, AC, b. 53, Eredità Grismondi, 1704 (“dispensa”); ASBs, PLZ, b. 13, Eredità Gavatteri, 1668 (i luoghi nei pressi della cucina sono in questo caso il “sechiaro” e la “dispensa”).

[64]Si ricordano in proposito i “corami d’oro e azuro un telo e l’altro verde schieto stampato sono teli numero sessanta altri pezzetti, in tutto pezze numero trecento sessanta tre”, “due portiere dell’istesso grande con l’arma Gambara”; “una portiera picola vechia senza arma dell’istesso” che fanno parte dell’arredamento della “sala grande”: ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612.

[65]ASBs, PLZ, b. 41, Eredità Cosio, 1707. I “corridoro” (o “cori d’oro” o “corami/curami d’oro/dorati”) erano rivestimenti parietali ottenuti cucendo insieme pelli di cuoio, nella forma di pannelli rettangolari, su uno dei cui lati era stata applicata una foglia di metallo, solitamente d’argento. Il riflesso dorato era dato dalla copertura dell’argento con una vernice gialla. Si rinvia in proposito a P. THORNTON, Interni del Rinascimento Italiano, op. cit., 85-86. Le spalliere erano formate da “specchiature racchiuse tra elementi verticali (cornici) ed elementi orizzontali (pettorali)”. Si trattava di fodere, il cui impiego nasceva dalla funzione pratica di riparare i muri dall’umidità, costituite da “un rivestimento in tavole a cui si dava appunto il nome di spalliera in quanto serviva da schienale ai letti, alle panche, agli armadi e alle casse che vi aderivano”. In proposito si veda Gabriella D’AMATO, L’arte di arredare, Milano, Bruno Mondadori, 2001, p. 79. La struttura portante, diversamente elaborata a seconda dei casi, poteva fare da sostegno, come si comprende dai casi analizzati, anche a “forniture/fornimenti” da “spallera/spalliera/spalera”. Per “spalliera”, infatti, si può intendere anche il tessuto, solitamente un arazzo, che faceva da rivestimento all’impalcatura o al sostegno sottostante. Si rinvia in merito a Luigi GRASSI, Mario PEPE, Giancarlo SESTIERI, Dizionario di antiquariato, Torino - Milano, A. Vallardi – Garzanti, 1992, ad vocem “spalliera (arazzo)”.

[66] Si pensi alle “undici cadreghe rosse grande d’appoggio di vachetta con franze verde di bavella” e alle “tre cadreghe picole simile”, nominate in ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612.

[67] “Casse”, “credenze”, “forcieri” assumono funzioni ben definite in rapporto all’esigenza di custodire particolari categorie di oggetti in maniera più o meno gelosa: i “forcieri” vengono generalmente impiegati per custodire, sottochiave, oggetti di valore, scritture e documenti di casa, “armari” contengono scritture, “casse” e “cofani” vengono utilizzati per conservare l’abbigliamento o per trasferire oggetti, tra i quali anche libri e volumi; le “credenze” servono per riporre masserizie e corredi da tavola. Si rinvia al riguardo all’elenco di beni mobili contenitori presente negli inventari ASBs, AA, b. 33, Inventari, Fausto Averoldi, Brescia 1611 e Mezzane 1611, in cui le specificità funzionali dei corredi sono messe particolarmente in evidenza. Nella documentazione vengono menzionati, tra gli altri, una “credenza” piena di oggetti di vetro, un’altra “credenza” piena di albarelli; un “cofanone” pieno di biancheria, un “forciero” che contiene “lettere e scritture”, una “cassettina” con “dentro fornimenti da conciar la testa alle donne”, una “cassettina per li denari”. La specificità funzionale di alcuni mobili contenitori emerge anche dall’analisi degli inventari contenuti in ASBs, AA, b. 33, Inventario, Aurelio Averoldi, Brescia, 1666 (in cui vengono menzionati anche armadi del tipo “vestare” molto elaborati, con numerosi cassettini, quasi si trattasse di mobili del tipo “stipo”) e ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612 (in cui gli “armari” sono impiegati per contenere scritture”).

[68]La presenza di mobiletti da gioco è spesso associata anche a quella di altri mobili d’arredo di fattura minuta e alla presenza di sedili sui quali poggiarsi nei momenti di convivialità e durante la conversazione. Si rinvia a titolo d’esempio all’inventario contenuto in ASBs, AA, b. 33, Inventario, Fausto Averoldi, Mezzane, 1611: nella “caminata” sono presenti, tra gli altri, giochi degli scacchi e uno “sbaraglino”, “cadreghe” e “cadreghette”, una serie di “tavolini” e una “credenza”.

[69] Si tratta in particolare di inginocchiatoi del tipo “oratorio” e di oggetti devozionali del tipo “agnus” e “anconetta”.

[70]Si rinvia al riguardo a ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612, all’interno del quale sono presenti, e con una certa precocità rispetto a quanto evidenziato dagli inventari relativi alle altre famiglie, gli ambienti e la mobilia specifici cui si è fatto riferimento nel testo.

[71]ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612.

[72] ASBs, AG, b. 112, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1615.

[73]Limitatamente alla documentazione spogliata, solamente in inventari più tardi, che si riferiscono alla configurazione degli interni di dimore di mercanti facoltosi nel Settecento avanzato, si rileva la presenza di ambienti del tipo “sala della cappellina” specificamente realizzati per lo svolgimento di funzioni religiose per un pubblico ristretto.

[74]ASBs, AC, b. 212, Eredità Morari, 1708.

[75] Il riferimento è in particolare alle guide di F. PAGLIA, Il giardino della pittura […], op. cit., e di G. A. AVEROLDI, Le scelte pitture […], op. cit.

[76]ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, 1612.

[77]Per una analisi dettagliata del contenuto delle stanze del palazzo urbano dei Gambara si rinvia a B. BETTONI, “Aristocrazia senza corte” […], op. cit.

[78] Nel caso dei Gambara gli inventari menzionano per il palazzo in Brescia, oltre a “una camera che serve da studio”, collocata in posizione prossima alla camera da letto e all’anticamera, che costituiscono l’appartamento privato del padrone di casa, anche un ambiente, probabilmente diverso dal primo, indicato con il termine “studio”, che sembra destinato a una funzione di tipo più marcatamente amministrativo. ASBs, AG, b. 113, Inventari, 1610-1630.

[79]Si rinvia in proposito a B. BETTONI, I beni dell’agiatezza […], op. cit., p. 53-54.

[80]Si rinvia in proposito ad ASBs, AG, b. 113, Inventari, 1610-1630 e ad ASBs, AG, b. 114, Inventari 1600-1630.

[81]BMC, Mss Martinengo Prov. Div., c. 1179, testamento di Leopardo Martinengo da Barco quondam Francesco detto Leopardo, 1707.

[82] ASBs, AC, b. 108, Eredità Ferrari, 1648. Cinque dei quadri raccolti nella “caminata” risultano “fatti dal Lucchese”, ovvero da Pietro Ricchi delle cui opere si riscontra frequentemente la presenza in diverse gallerie bresciane coeve.

[83]ASBs, AC, b. 36, Eredità Battezzi, 1640; b. 233, Eredità Pederdò, 1680. Nell’abitazione dell’artigiano Carlo Battezzi (1640) vengono menzionati 31 quadri con soggetti sia sacri sia profani, prevalentemente raccolti nelle stanze da riposo e nella “caminata”, insieme a una serie di “impronte” e di “testoline” in stucco e in gesso, mentre una certa abbondanza di oggetti di interesse artistico (carte, marmi, specchi, gessi e quadri per un totale di almeno 108 pezzi), distribuiti tra la “caminatella”, i vani sopra la scala e le camere per il riposo, si riscontra nell’abitazione degli osti Pederdò, nella quadra di S. Faustino, in prossimità di corso degli Orefici (1680).

[84]ASBs, PLZ, b. 34, Eredità Marsai, 1702. Si tratta probabilmente di un pittore.

[85]  “Famiglia” in questo caso si riferisce all’insieme della “servitù” (il termine latino “famuli” indicava infatti il gruppo dei servi). Si rinvia per una trattazione articolata del termine, in riferimento al contesto dell’Europa moderna, a Raffaella SARTI, Vita di casa. Abitare, mangiare, vestire nell’Europa moderna, Bari, Laterza, 1999, pp. 27-30

[86]Si ricorda a titolo d’esempio l’inventario dei “vestimenti per l’inverno e per l’estate” di Francesco Gambara: ASBs, AG, b. 112, Inventario di vestimenti, 1629.

[87] Questo aspetto è particolarmente evidente nelle descrizioni di beni mobili contenute in ASBs, AA, b. 33, Inventario, Fausto Averoldi, Mezzane, 1611.

[88]Si rinvia in proposito all’inventario dei beni mobili di Francesco Gambara per la dimora di Bologna in cui si elencano due paia di stivali “per servitori”, realizzati “in vacchetta nera con speroni neri”, “archibugi da rota per servitori”, abiti “da staffiere” in “stametto di Francia, guarniti de bottoni, con fiocchi” in “ormesino stampato”, un “panno tanè chiaro” per “paggio da camera”, una “casacca” da carrozzieri, realizzata in “baracano nero con alamari di seta fodrati di tela”, un “colletto di montone ritinto di color tanè” per gli staffieri, un “cappotto di livrea” in “ormesino rigato, rosso e nero”, un cappello “di livrea”, diversi “pendoni” e “centure” per staffieri e “casacconi” da impiegare “per servizio da carrozza”, oltre a una serie di “casacche per carozier da campagna”. ASBs, AG, b. 112, Inventario, Francesco Gambara, Bologna, 1630.

[89] Si ricorda in proposito la “prima camera delli staffieri” in casa Gambara, arredata con strutture da letto semplici e biancheria per il letto, qualche mobile contenitore versatile e una panca, ossia con “una credenza per far lettiera con li suoi piedi di paghera bianca”, “due lettiere a cavalletto con suo fondo”, “doi pagliarizi, doi matarazzi di lana et un capezzale di lana et un di piuma”, “doi para di lenzuoli di tella grosa”, “doi schiavine et una coperta bianca”, “tre casse doi bianche et una dipinta vechie”, “una banzola di noce”. Nella stanza riservata al maestro di casa si menzionano oltre alla lettiera e alla biancheria da letto, recipienti e piccoli mobili sostenitori riservati all’igiene personale, qualche seggiola rivestita di cuoio, un baule ricoperto di cuoio, “una descrizione di tutto il mondo stampata”. ASBs, AG, b. 113, Inventario, Francesco Gambara, Brescia, 1612.

[90]Questa abitudine caratterizza in modo particolare la famiglia Gambara i cui inventari di beni mobili, spesso, non rientrano nella tipologia «post-mortem», ma sono redatti per ragioni di aggiornamento, nel momento in cui chi usa quei beni è ancora in vita.

[91] ASBs, AG, b. 114, Inventari 1600-1630.

[92] Il caso è stato più diffusamente trattato in B. BETTONI, “I Martinengo da Barco” […], op. cit., pp. 52-54.

[93]Il riferimento è in particolare a G. A. AVEROLDI, Le scelte pitture […], op. cit.

[94]  Si confronti con quanto rilevato da C. PORQUEDDU, Il patriziato pavese […], op. cit., pp. 314-317.

[95] Si rinvia, per un confronto, con quanto rilevato, per le abitazioni e lo stile di vita delle famiglie di estrazione medio alta nella Roma barocca, in R. AGO, Il gusto delle cose […], op. cit., in particolare alle pp. 59-80. Per un confronto con il caso milanese si rinvia all’analisi contenuta in G. TONELLI, Affari e lussuosa sobrietà […], op. cit., pp. 137-157.

[96] Desidero ringraziare gli Editors della rivista e i Revisori dell’articolo per i loro suggerimenti, Máxímo Garcia Fernandez, Filippo Piazza ed Enrico Valseriati per lo scambio di idee sul tema, infine, il personale dell’Archivio di Stato di Brescia, il personale della Biblioteca del Museo Correr di Venezia e Piera Tabaglio dell’Archivio Fotografico dei Musei Civici di Brescia per la loro disponibilità e assistenza nel corso della ricerca.

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Revista semestral presente en:
Tiempos Modernos: Revista Electrónica de Historia Moderna
ISSN: 1699-7778